L'ANALISI. L'antica pretesa d'impunità del potere politico ed economico italiano

L'ANALISI. L'antica pretesa d'impunità del potere politico ed economico italiano
In tutta la storia italiana, dal 1861 in poi, il potere politico ed economico
ha sempre preteso di essere “ingiudicabile”, non perseguibile dal potere
giudiziario, men che mai sottomesso alle sue decisioni. Un potente, un
ricco, una persona influente non incappava quasi mai nei “rigori” della
legge, e quando succedeva ne usciva quasi sempre assolto. Se nel
Medioevo per i potenti esisteva “l’immunità”, nell’epoca moderna essa si
era trasformata in “impunità”: si poteva sfuggire alla legge non più solo
per nascita ma anche per il ruolo rivestito in politica o alla guida delle
istituzioni, per la ricchezza posseduta e per le amicizie importanti.
Formalmente si era tutti uguali davanti alla legge, ma non davanti a coloro
che erano incaricati di applicarla.

Uno dei problemi centrali della vita pubblica dopo l’Unità d’Italia è stato,
dunque, quello della giustizia. La continuità rispetto all’epoca preunitaria
sembrava dominare nei fatti. I proverbi popolari sono pieni di rabbia o di
rassegnazione verso il modo in cui veniva rappresentata e svolta la
giustizia in Italia: «Chi comanda fa la legge»; «Fatta la legge trovato
l’inganno»; «A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera». E il
poeta e politico piemontese Angelo Brofferio, amato da Papa Bergoglio,
scriveva “Guai a colui che s’incapriccia / a voler giusta la giustizia”.

Esistono, infatti, poche altre fragilità storiche che abbiano così
profondamente inciso nella formazione del rapporto tra cittadini e Stato
italiano quanto la gestione della giustizia. Secondo Piero Bevilacqua è
stato il fatto indiscutibile di non aver assicurato la validità assoluta delle
regole a compromettere stabilmente la credibilità dello Stato italiano. I casi
clamorosi sono tanti. Ad esempio, la sostanziale impunità degli uomini di
governo quando prendevano tangenti o quando difendevano i mafiosi,
come nel caso dello scandalo delle Ferrovie del 1862 (che vide coinvolto
il ministro Piero Bastogi), in quello del Monopolio dei tabacchi (con una
tangente al re Vittorio Emanuele II) e nel caso del più grande imbroglio
finanziario di fine Ottocento, quello della Banca Romana: fu accertato che
il capo del governo Crispi aveva incassato somme per quasi 2 milioni di
euro di oggi, ma non ebbe nessuna condanna. O la totale impunità dei
mafiosi: nel distretto giudiziario di Palermo, dal 1861 al 1986, c’erano stati
migliaia e migliaia di morti ammazzati ma erano stati erogati solo 10
ergastoli. La magistratura e gli uomini di governo avevano coperto i
mafiosi in tutti i modi. Il nuovo Stato sembrava confermare i
comportamenti di quelli precedenti: la giustizia era un semplice
prolungamento del potere politico ed economico.

Il ruolo di magistrato si trasmetteva di padre in figlio e il ceto sociale da
cui si proveniva era quello dei possidenti e delle classi sociali dominanti.
Gli incarichi si ricevevano su indicazioni della politica e dei vertici delle
istituzioni dello Stato. Il controllo della magistratura da parte del potere
politico ha corrisposto alla più elevata impunità dei potenti e alla più estesa
diffidenza della popolazione per la giustizia nella storia nazionale.
Durante il fascismo la dipendenza dei giudici dal governo e dal partito di
Mussolini fu assoluta. L’azione della magistratura era orientata contro gli
oppositori del regime, mentre i giornali avevano il compito di negare la
presenza di qualsiasi crimine: il duce garantiva tranquillità e sicurezza a
tutti!

Nel Secondo dopoguerra l’anticomunismo, la strategia di tenere a tutti i
costi i comunisti fuori dal governo per imposizione degli Usa, comportò,
tra le altre cose, anche un uso della giustizia contro i nemici politici. In
Sicilia furono ammazzati dai mafiosi decine e decine di sindacalisti, di
rappresentanti dei contadini (socialisti e comunisti) ma nessuno, nessuno
fu condannato per quei delitti. Pio La Torre, invece, fu arrestato e tenuto
in galera per mesi per aver guidato un’occupazione delle terre: gli fu
vietato di assistere alla nascita del suo primo figlio.

Poi qualcosa è cambiato. La giustizia è diventata una cosa diversa quando
si è cominciata a rompere la contiguità con il potere politico ed
economico. E, di conseguenza, si è rotta la diffidenza storica verso le forze
di sicurezza e verso i magistrati anche tra gli strati popolari. A cosa è stata
dovuta questa radicale inversione di tendenza? Sicuramente è stata la
nuova generazione di magistrati formatisi nella temperie della
contestazione studentesca del 1968 a cambiare le cose, rompendo la
contiguità con le strategie politiche e con la difesa di mentalità e costumi
retrivi. La professione di magistrato non è passata più di padre in figlio. E
si è introdotta la meritocrazia nei concorsi.
Si è formata così una generazione per la quale servire lo Stato non significava
più servire solo gli interessi delle classi dirigenti e possidenti. I cosiddetti “pretori
d’assalto” mettono in discussione il principio in base al quale gli
imprenditori avevano sempre ragione contro gli operai, prestando una
particolare attenzione per gli ambienti pericolosi in cui lavoravano e per i
danni prodotti dall’inquinamento industriale.

Ha inciso anche la riforma del 1976 del Consiglio superiore della
magistratura, cioè l’elezione secondo la proporzionale e non più secondo il
sistema maggioritario. Ricorda Giuseppe di Lello che prima di allora una
sola componente (Magistratura Indipendente) con il 40% dei voti aveva
assegnati tutti i 20 membri del CSM spettanti ai giudici. Con la riforma,
magistrati di diverso orientamento, rispetto a quelli accomodanti con il
potere politico, hanno potuto avere rappresentanza e tutela. E poi inciderà
moltissimo la fine di un’epoca storica (con la caduta del muro di Berlino)
in cui in nome degli equilibri internazionali tutto si tollerava, a partire
dalla corruzione e dal rapporto con le mafie di diversi esponenti di
governo.

Guardando le date, questa interpretazione è del tutto legittima: è del
periodo 1992/1993 l’inchiesta Mani pulite a Milano, e i risultati più
significativi contro le mafie si producono con una generazione di
magistrati autonomi dal potere politico in Sicilia, in Campania e in
Calabria. La magistratura tra tutte le istituzioni dello Stato è quella che in
assoluto ha pagato di più nell’assolvere al proprio compito: 27 magistrati
sono stati ammazzati dal 1970 in poi, cioè proprio da quando si è
introdotto nelle file della magistratura il convincimento che non si fa onore
alla propria professione se si garantisce ai potenti di fare quello che
vogliono.

In conclusione, la partita in gioco è sempre la stessa, anche nel prossimo
referendum sulla giustizia: il potere politico prova in tutti i modi a reagire
al fatto che si è tutti uguali di fronte alla legge. I magistrati hanno
commesso molti errori, non tutti sono stati all’altezza della loro funzione e
diversi innocenti sono rimasti in galera, ma un muro è stato abbattuto:
negli ultimi 50 anni si è raggiunto il più alto numero (mai registrato nella
storia italiana) di parlamentari, ministri, manager di Stato e imprenditori
privati, consiglieri regionali finiti sotto inchiesta e condannati, compresi
due presidenti del Consiglio dei ministri. È questo il punto che più preme
ai governanti e ai potenti di oggi e di ieri: la messa in discussione della
loro storica impunità.