Bisognerà aspettare il 15 luglio per capire se la storia della faida di Siderno può o meno essere riscritta. I giudici della Corte d'Appello di Salerno hanno infatti rinviato nuovamente la riapertura del nuovo processo a carico di Cosimo Commisso, considerato per lungo tempo il sanguinario capo dell'omonima cosca di Siderno. Oggi, infatti, è stata fissata una nuova data, dopo la riapertura dell'istruttoria dibattimentale.
I giudici hanno in mano tutti gli atti relativi alla sanguinosa guerra che tra gli anni ’80 e ‘90 ha lasciato sulle strade di decine e decine di morti ammazzati. Un processo che potrebbe riscrivere la storia della guerra tra i Commisso e i Costa, una guerra vinta dai primi, accusati di aver letteralmente decimato gli avversari.
Cosimo Commisso, classe ’50, alias “u quagghjia”, imprenditore di Siderno, dopo 23 anni in carcere e una condanna definitiva all’ergastolo sulle spalle, ha rivisto la luce del sole nei mesi scorsi, ottenendo la sospensione della pena e gli arresti domiciliari, in attesa della revisione di quel processo che lo aveva visto condannato al fine pena mai il 12 maggio 1999.
L’uomo, difeso dagli avvocati Giuseppe Mammoliti e Sandro Furfaro, ha tentato, per lungo tempo, di convincere i giudici che la sua storia era diversa da come era stata scritta. E grazie ad un memoriale di 150 pagine è riuscito ad ottenere la revisione del processo che la Corte d’Appello di Catanzaro gli aveva negato. Ha messo in fila le parole, per urlare, dopo una vita di carcere, la propria «innocenza».
Sulle sue spalle, per i giudici, pesano sei eventi delittuosi, tra omicidi e tentati omicidi, tutti motivati da un unico assunto: era il capo di quel clan e, in quanto tale, non poteva non sapere. «Non è seriamente sostenibile – si leggeva nella sentenza di condanna – che un delitto eccellente come quelli in questione fosse stato deliberato da persona collocata in posizione men che verticistica della gerarchia mafiosa del clan». Un meccanismo automatico, che rendeva il presunto boss responsabile di tutto ciò che accadeva. Ma le prove che le cose siano andate così, ha stabilito la Cassazione, vanno rintracciate con assoluta certezza, per giustificare oltre venti anni di carcere, durante i quali “u quagghjia” ha sempre sostenuto la propria innocenza.
A lui vengono attribuiti il duplice omicidio di Giordano Donato e Massimiliano Costante, il tentato omicidio e l’omicidio di Giuliano Costa, i tentati omicidi di Giuseppe Costa, oggi pentito, e Gandolfo Cascio, e gli omicidi di Vincenzo Costa e Vincenzo Filippone. Fatti di sangue che gli inquirenti hanno inserito nella logica della faida, escludendo vendette personali e altre piste.
Inizialmente l’accusa aveva contestato a “u quagghja” 20 omicidi e 15 tentati omicidi, che però secondo Commisso e i suoi legali potevano avere moventi diversi. Tra questi c’è la morte del carabiniere-killer Donato Giordano, trovato morto sulla Limina, assieme a Massimiliano Costante, il 17 luglio del 1991, quasi decapitato, quando la Lancia Thema sulla quale viaggiavano era ancora in fiamme. Giordano, killer a pagamento per il migliore offerente, era ritenuto vicino alla famiglia Costa. Secondo l’accusa era morto per lavare col sangue l’omicidio di Luciano Commisso, fratello di un altro Cosimo Commisso, classe ’54, freddato proprio da Giordano sul lungomare di Siderno. Nonostante il legame di parentela fosse blando, però, per i giudici Luciano e “u quagghjia” avevano un rapporto molto più intimo, motivo per cui poteva esser stato lui ad ordinare quella vendetta e non un parente più prossimo. Ma Giordano era vicino anche al clan Cataldo di Locri, ritenuto alleato dei Costa, elemento, questo, che per i legali potrebbe inserire la sua morte in un altro possibile contesto di vendetta.