LA STORIA. La vita di Abdelrrazak tra il sogno e la morte

LA STORIA. La vita di Abdelrrazak tra il sogno e la morte
frontiere «L’avete visto questo ragazzo? È arrivato qui per caso? È mio nipote… non l’avete visto?». Gli occhi sgranati e una foto in mano. Abdelmonaim El Arabi è arrivato così al porto di Reggio Calabria, per fiondarsi tra i superstiti dello sbarco di domenica mattina.

Cercava Abdelrrazak Lamhamdi, suo nipote, figlio di sua sorella, un ragazzo di soli 20 anni. «Per me è come un fratello», racconta da una stanza d’albergo di Catania dove ha attesto il giorno nuovo per prendere un aereo e tornare in Lombardia.

Prima di chiudersi la porta dietro le spalle è passato da Agrigento. Lì ha saputo che suo nipote non ce l’aveva fatta. «Mi hanno confermato che non c’è piu», dice con commozione.

Abdelmonaim El Arabi in Italia c’è arrivato 11 anni fa, «regolarmente». E lavora in Lombardia da allora. «Sono partito per migliorare la mia vita», spiega. Abdelrrazak, invece, nella sua terra stava bene. «Stava meglio di me», annuisce suo zio. Ma quel giovane dall’aria buona aveva un sogno: «Voleva venire in Italia da me».

Non tutte le storie che scivolano e affondano nel Mediterraneo sono uguali. Abdelrrazak non scappava dalla guerra, non scappava nemmeno dalla fame: scappava dalle premure dei suoi genitori che, preoccupati, non volevano che affrontasse un viaggio così difficile. E’ partito di testa sua seguendo chi, consapevole di essere quasi certamente destinato a morire, trascina speranze e quattro stracci su una zattera logora.

«È ancora in mare, non sono riusciti a recuperarlo…», sussura Abdelmonaim. Le parole si spezzano. È un ritmo sincopato, un discorso che non riesce a comporsi. La domanda si fa più esplicita ma solo nella speranza che la risposta sia no. «Intende dire che è morto?», chiedo. «Sì». Tutto crolla sotto il peso di una sillaba.

Quello del giovane Abdelrrazak è stato un viaggio atroce, nonostante non fuggisse da nulla. «Era partito del Marocco ed era andato in Algeria via aereo, poi ha raggiunto la Libia via terra», spiega suo zio. Si era messo in viaggio un mese fa, sganciando 2mila euro solo in Libia. Il resto Abdelmonaim El Arabi non sa quantificarlo. Dalla Libia Abdelrrazak è partito con un barcone. «Voleva raggiungermi in Lombardia. Ma non ce l’ha fatta, quel viaggio gli è costato la vita. Per lui l’Italia era un sogno», ripete.

Abdelrrazak era impiegato in una piccola azienda di lavorazione di alluminio. Una vita normale e il pallino del Belpaese, dove suo zio aveva cominciato una vita nuova. Aveva lo sguardo verso un orizzonte ignoto, le speranze di un giovane che pensa di non dover morire mai. Le notizia del naufragio a largo della Libia hanno trasformato quel sogno in un incubo per lo zio. Quando ha saputo dell’arrivo della nave militare "Vega", che trasportava a bordo alcuni dei migranti naufragati a largo della Libia, non ci ha pensato su un secondo e si è messo in viaggio.

Prima è andato in questura ad Agrigento, «dove mi hanno fatto vedere le foto di quelli che erano stati salvati e di cinque cadaveri, ma non era tra loro». Poi in Calabria, pensando potesse trovarlo lì. Si è mosso tra le tende, tra i vivi e i morti, sperando di incrociare gli occhi di suo nipote ancora aperti o quelli di qualcuno che lo avesse visto. Ma gli operatori che accudivano i superstiti, che hanno guardato quella foto con le mascherine e i guanti in lattice, hanno scosso la testa: nessuno aveva visto Abdelrrazak.

Abdelmonaim El Arabi è rimasto al porto per un po’. Non è riuscito a parlare con nessuno dei migranti, ha solo osservato il loro dolore mescolandovi il suo. E poi è tornato in Sicilia, dove ha avuto la conferma che Abdelrrazak non ce l’ha fatta. «Non riesco a credere che non potrò vedere più mio nipote», dice da quella stanza d’albergo. «Mi diceva sempre che voleva venire e io gli ho sempre detto di non farlo. Questa volta – racconta – ha comprato una sim in Libia e mi ha detto che era in viaggio verso l’Italia. Ed io speravo di riabbracciarlo».