SAGGEZZA. Nelle motivazioni della sentenza di condanna l'intrigo tra 'ndrangheta e massoneria

SAGGEZZA. Nelle motivazioni della sentenza di condanna l'intrigo tra 'ndrangheta e massoneria
saggezza «Neanche Dio lo può fare. Solo io posso». Questa frase pronunciata da Vincenzo Melia, capo della “Corona”, morto prima di arrivare alla sentenza, racchiude il valore di una dote che gli conferiva un potere enorme, un potere superiore addirittura a quello di Dio. È una frase che ritorna spesso nelle motivazioni della sentenza del processo “Saggezza”, dal nome dell’operazione che a fine 2012 ha svelato l’esistenza di un nuovo organismo di ‘ndrangheta che racchiude i locali a ridosso di Locri, organismo del quale l’anziano Melia era padre e padrone, sin dal 1962. Una struttura che il tribunale riconosce, nella sentenza di primo grado, collocando al suo interno e al fianco di Melia, nel consiglio della Corona, altri personaggi capaci di essere «portatori di un certo potere nei rispettivi territori, potere che Melia si aspettava essi fossero in grado di esercitare compiutamente in conformità degli scopi della “Corona”». Si tratta di Nicola Romano, Nicola Nesci, Giuseppe Varacalli, Giuseppe Siciliano, Giuseppe Bova e Giuseppe Raso.

Ma il tribunale «non ritiene che sia necessaria una presa di posizione compiuta su come una struttura di questo genere si inquadri in quella della ‘ndrangheta». Nonostante il controllo del territorio, il conferimento di doti, le guerre per la gestione degli affari economici e dei fazzoletti di terra di mezza Locride, «non è di fondamentale rilievo stabilire se la “Corona” integri un livello di ‘ndrangheta diverso da quelli fin qui conosciuti, se rappresenti una sorta di struttura di comando segreta da attivare a determinate condizioni, se non sia altro che una sorta di federazione tra locali operanti in territori limitrofi».

Per i giudici di Locri, anzi, la “Corona” potrebbe rappresentare anche un’articolazione legata alla massoneria – con la quale, come emerso dall’inchiesta, l’organismo aveva rapporti – «e che taluni dei riferimenti emergenti dalle intercettazioni vadano letti in questo senso». Insomma, potrebbe essere un’altra chiave di lettura, anche se una cosa, per i giudici, è certa: «rimane il fatto che il consiglio della Corona prefigurato da Melia – si legge – non raggruppava liberi muratori con aspirazioni di carriera all’interno di un’organizzazione massonica, ma soggetti cui si riconosce un potere di controllo del territorio».

Che si trattasse di un’associazione, di massoneria pura e semplice, i legali hanno tentato di affermarlo più volte in aula, così come gli indagati. Ma se così fosse, precisano i giudici, «detta organizzazione ha deviato dai suoi scopi e si è relazionata con la ‘ndrangheta raccogliendo attorno al consiglio della Corona gli elementi che, nelle zone di Ardore, Antonimina, Canolo e Ciminà erano in grado di controllare il territorio».

Il 28 settembre scorso, il tribunale presieduto dal giudice Alfredo Sicuro ha di fatto ridotto di molto le richieste dell’accusa, che aveva invocato 400 anni di carcere, infliggendo 15 condanne per un totale di oltre 150 anni di reclusione e decretando 23 assoluzioni, mentre per cinque imputati è stato dichiarato il non doversi procedere per prescrizione del reato. Esemplari, però, le condanne stabilite dai giudici, a partire dai 20 anni e 10 mesi di carcere inflitti a Nicola Romano, passando per i 15 stabiliti a carico di Nicola Nesci, i 19 anni inflitti a Giuseppe Raso e i 14 anni di Giuseppe Varacalli.

Ed è Romano il principale obiettivo dell’indagine “Saggezza” e quasi tutto quello che emerge dal processo è utile «per sostenere che egli è inserito nell’organizzazione con un ruolo apicale e che, in particolare, egli è il responsabile per gli affari di ‘ndrangheta nel territorio di Antonimina». Aveva rapporti assidui con il capo, Vincenzo Melia, che parlando con lui rimarcava di avergli conferito la carica di consigliere della Corona; aveva rapporti con “il mastro”, Giuseppe Commisso, del quale conosceva certamente il ruolo di vertice, tanto da rivolgersi a lui per i lavori sulla statale 106; era in grado di «condizionare l’esecuzione dei lavori pubblici nel territorio di Antonimina ed era partecipe del ritenuto accordo spartitorio»; insieme a Giuseppe Raso aveva un ruolo all’interno del cartello che controllava il taglio boschivo, stabilendo arbitrariamente chi poteva svolgere l’attività sul territorio. Ed era sempre lui il soggetto individuato da Giuseppe Varacalli come persona in grado di «aiutare Bova Bruno a ottenere i voti del Comune di Antonimina al fine dell’elezione a presidente della Comunità montana». Un intero paragrafo della sentenza è dedicato proprio a questo episodio. Nel 2007, dopo la scadenza del mandato di Vincenzo Mollace, si aprì il confronto tra le forze politiche per designare un successore. «Le risultanze delle intercettazioni – scrivono i giudici – dimostrano che Varacalli e Romano, ciascuno nel proprio territorio di riferimento, avevano la possibilità di influenzare la vita politica, tanto che un futuro presidente della Comunità montana li aveva individuati come elementi che potevano offrirgli un supporto». Un dato, scrivono i giudici, che emerge «in maniera conclamata».