Un famoso moralista viennese vissuto nel primo Novecento raccomandava: ‘Leggete pure i ricordi dei morti che appaiono sulla stampa, ma solo se volete sapere qualcosa sui rammemoranti! Sono tanto abituati a parlare di sé che lo fanno soprattutto quando parlano degli altri!”La frase ci è risuonata in testa più volte la sera del 22 agosto a Bova Marina (la città più colta e politicizzata del Basso Jonio reggino) dove, con diverse decine di altre persone, siamo convenuti per il ricordo di Tonio Licordari, scomparso nella scorsa primavera all’età di settant’anni.
Orgogliosamente bovese doc, buon giornalista (una vita alla ‘Gazzetta del Sud’ diviso nel tempo tra le redazioni di Reggio e Messina), ottimo conviviale, ciclista amatoriale da sempre, una lunga e complessa tessitura di relazioni con uomini di potere di tutti gli schieramenti: c’erano i familiari, comprensivamente silenti per la ferita difficile da rimarginare, i colleghi di Tonio (Tonino Raffa e Pino Toscano) a far da cerimonieri, e un ‘parterre’ di politici (giornalismo e politica sono stati e sono ancora oggi molto intrecciati, non solo in Calabria) con una vita ‘consumata a farsi dar retta’: tutti, questi ultimi, ormai rigorosamente ‘fuoriquota’ eccetto il sindaco Vincenzo Crupi, il più giovane del drappello nonché il più essenziale e misurato nel discorso.
E, seduto in prima fila ad aspettare il suo turno, Otello Profazio, cantastorie, Premio Tenco 2016 alla carriera, ‘nemico fraterno” (la definizione è sua, in contrasto con la universale e non contrastata amicizia dichiarata dagli altri intervenuti) di Tonio per ricorrenti ‘contrasti’ e altrettanto ricorrenti ‘pacificazioni’ che hanno segnato la loro ultracinquantennale frequentazione.
Anche il pubblico ha atteso il turno di Otello, a costo di farsi infliggere tre ore di ‘amarcord’ dei politici.
Sicché il senatore Meduri, fascista assolutamente impenitente e altrettanto assolutamente dialogante con chi la pensa diversamente da lui, ha avuto modo di rivendicare i due manifesti con i quali, durante il ‘Boia chi molla’, aveva invitato i reggini a non leggere più la ‘Gazzetta del Sud’.
E Saverio Zavettieri, dopo il consueto attacco ai giudici lei-motiv di quasi tutti i suoi discorsi, ha ricordato all’ignaro uditorio le uniche due volte in cui, durante una carriera politica semisecolare, è stato ‘messo in panchina’: la prima come politico nazionale dopo la crisi del craxismo (di cui fu fedele pretoriano nella Calabria del secolo scorso) la seconda, come assessore regionale, dal presente, e rammemorante anche lui, Peppe Scopelliti.
Infine un altro Peppe, il Bova inossidato presidente del consiglio regionale a cavallo degli anni duemila; lo avevo sentito parlare (e diverse volte, ahimè, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso) ai Comitati federali della FGCI reggina. A distanza di tanti decenni mi accorgo di non essermi perso niente; la stessa inveterata certezza nella pazienza degli ascoltatori o, quantomeno, nella chiusura automatica del loro apparato acustico.
I due Peppi duettano, si chiamano reciprocamente ‘caro Peppe’, e vantano il loro capolavoro che, ovviamente, non è l’aver messo in panchina Zavettieri ma l’aver spuntato per Reggio Calabria lo status di città metropolitana.
Alla fine, dopo la mezzanotte, il da tutti sospirato intervento di Otello.
Prima di cantare ‘Amuri, amuri’ (la canzone profaziana prediletta da Tonio), il leone di Pellaro ha vendicato gli ascoltatori suppliziati per tre ore dalla logorrea politica prima ricordando sul tema l’aforisma di un emigrato calabrese in Argentina (“Se le parole avessero un costo i discorsi dei politici sarebbero più corti di un telegramma!”) e poi recitando la famosa profaziata sulla consistenza tricologica del maiale:
Vi si narra del comizio in cui un indeterminato onorevole molto socievole che decliava in piazza la profonda verità alla base di dell’arte oratoria dei politici nostrani:
tri pila aviva u porcu / e u porcu aviva tri pila …/ t’abbaca m’aspetti … a genti si ncrisci / ma quando a finisci / ma iddhu compuntu / ripeti stu puntu / tri pila aviva u porcu / e u porcu aviva tri pila / e giustu comu vi dicia / u porcu tri pila avia. / Insomma u porcu aviva tri pila / e quattru nci ndi sciupparu.