Peppe Pelle è un capomafia. Zappalà comprò da lui la vittoria elettorale. Le motivazioni di REALE 6

Peppe Pelle è un capomafia. Zappalà comprò da lui la vittoria elettorale. Le motivazioni di REALE 6
zappalà La cosca Pelle esiste. E Santi Zappalà, ex consigliere regionale eletto a pieni voti, sborsò 400mila euro ai padrini di San Luca per vincere quelle elezioni. Il gup Adriana Trapani risponde a tutti i quesiti sollevati dalla Cassazione senza dubbi: Peppe Pelle, classe ’60, figlio di ‘Ntoni Gambazza, il vecchio e carismatico boss di San Luca, non è semplicemente un “vecchio saggio” a cui rivolgersi per chiedere consiglio. È un boss, uno che detta legge sul territorio di sua “competenza”, uno che può decidere le sorti di una competizione elettorale, muovendo a proprio piacimento pacchetti di voti.

Tutto questo è contenuto nelle quasi 400 pagine che motivano la sentenza “Reale 6”, che ha visto l’ex politico condannato a 4 anni e 3 mesi, mentre sono cinque gli anni di carcere inflitti a Domenico Arena e Vincenzo Pelle e quattro quelli a carico di Giuseppe Antonio Mesiani Mazzacuva e Antonio Pelle, tutti giudicati in abbreviato.

Il giudice “risolve” un dilemma che la Cassazione si era posta con un altro filone delle indagini, annullando con rinvio le condanne e mettendo in dubbio l’esistenza della cosca Pelle. Trapani parte «da un dato oggettivo ed indiscusso»: l’affermazione di responsabilità penale di Giuseppe Pelle, alias Gambazza, in relazione al delitto di «associazione di stampo mafioso e a quello di tentata estorsione aggravato ex articolo 7», per il quale la condanna è diventata irrevocabile. Cosa «che depone per il riconoscimento dell’esistenza di una articolazione criminale operativa, all’interno della più ampia associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, a capo della quale si colloca Pelle Giuseppe».

L’IMPEGNO POLITICO E L’ELEZIONE DI ZAPPALA’ - «Pelle Giuseppe appoggiò, o certamente si impegnò, dietro congruo corrispettivo, a “veicolare” i voti della zona territoriale di riferimento (mandamento jonico reggino) espressione del suo potere mafioso al di là delle preferenze pure “millantate” verso gli altri candidati. In tutto ciò, il candidato Zappalà di Bagnara Calabra (che sicuramente ha fondato il suo maggiore riconoscimento elettorale nella provincia reggina) ha ottenuto un successo storico e brillante, ma – ora lo si può dire a piene mani – lo fece dietro lauto compenso economico, a seguito di una vera e propria compravendita dei voti, nonché mediante richiesta di appoggio ed interessamento inoltrata a quasi tutte le “maggiori” famiglie di ‘ndrangheta della provincia reggina, con remunerazione di quelle più ricettive alle sue proposte». Le parole del giudice lasciano pochi dubbi sull’ascesa politica dell’ex sindaco di Bagnara. Un risultato straordinario il suo, spalmato sul territorio jonico reggino, di cui la famiglia Pelle costituisce «un’autorevole componente». Un risultato, ribadisce il giudice, raggiunto grazie ad una “pioggia” di capitali sulla mafia reggina, come confermerà l’ex sindaco di San Luca Sebastiano Giorgi, già condannato per 416 bis nell’operazione “Inganno”.

«È quindi evidente che i Pelle, proprio per le dimensioni extraregionali, extramandamentali e sicuramente extracomunali del loro “potere”, possono contare su un bacino elettorale che trascende l’analisi dei voti del solo paesino di San Luca o di Bovalino», spiega il gup. Utilizzando Mesiani Mazzacuva come «intermediatore» per la distribuzione delle offerte per l’acquisto dei voti dalla mafia, Zappalà riesce a dirottare a San Luca una pioggia di euro, tanto da imporre l’invio di macchine verso i paesi limitrofi per esercitare il controllo sul voto appena due giorni prima delle elezioni. Zappalà risulta così secondo degli eletti nella sua lista, con 11078 preferenze. Per la sua elezione, scrive il giudice, il politico sborsò 400mila euro alla ‘ndrangheta di San Luca.

«L’attività investigativa ha dimostrato la fondatezza, l’assoluta serietà e la concretezza del patto di scambio politico-mafioso intercorso tra Zappalà Santi e la famiglia dei Pelle – Gambazza – conclude la sentenza -. Pelle Giuseppe ha svolto un ruolo di capo promotore attivo di una cosca di riferimento, fondamentale per la gestione dei rapporti con gli altri clan variamente distribuiti nel territorio nazionale e ha rappresentato la meta di veri e propri pellegrinaggi, in occasione di elezioni amministrative regionali calabresi, da parte di politici aspiranti a tali consessi, che confidavano nel bacino elettorale di riferimento, situato nella fascia jonica del reggino. Il candidato Zappalà Santi ha ottenuto un successo storico e brillante, grazie alla corresponsione di un lauto compenso economico, a seguito di una vera e propria compravendita di voti, nonché mediante richiesta di appoggio ed interessamento di voti, inoltrata a quasi tutte le maggiori famiglie di ‘ndrangheta della provincia reggina, con remunerazione di quelle più ricettive alle sue proposte».

IL QUESITO DELLA CASSAZIONE - Giuseppe Pelle è uno «’ndranghetista “saggio” e grande consigliere» oppure «capo di una cosca criminalmente attiva nel suo territorio»? La Trapani ne è certa: i Pelle sono una famiglia capace di una «tale capacità di coesione e di forza nella sua azione da avere sempre ricoperto un valore quasi emblematico per le locali di ‘ndrangheta». Questo significa che «Peppe Pelle “Gambazza” non è e mai può considerarsi una monade, un atollo di ‘ndrangheta isolato con capacità decisionali “apicali” da maggiorente, quale anche i giudici della Suprema corte lo definiscono». Non si limita a risolvere occasionalmente contrasti tra i parenti e titolari del potere mafioso sul territorio, non interviene solo in occasione dei conflitti tra le famiglie di ‘ndrangheta, né tantomeno solo quando si tratta di canalizzare i voti al candidato ed al politico di turno, che si presenta alla sua porta. «Viceversa, tale suo ruolo (per così dire di “attivazione al bisogno”, storicamente risalente al punto da averlo ereditato dal padre Pelle Antonio classe 32) – si legge nelle motivazioni della sentenza - è del tutto compatibile con quello di boss del clan dei Pelle-Gambazza per la popolazione locale, nonché l’origine stessa ed il punto di partenza della sua condizione di “maggiorente” all’interno della ‘ndrangheta, intesa in senso unitario».

Se Antonio Pelle prima e suo figlio Giuseppe dopo sono arrivati ad avere una certa autorevolezza criminale e ‘ndranghetista non è certo per la loro “saggezza” ma «per il potere mafioso espresso dalle azioni criminali commesse da loro e dai loro uomini». L’esercizio del potere mafioso da parte del clan Pelle è dunque ancorato al loro dominio sul territorio. Un clan capace di generare «l’assoluta obbedienza ed omertà nella popolazione locale, sulla quale esercita un potere mafioso antico e tramandato iure sanguinis, ma non senza che si rinnovi con l’incarnazione di nuove figure delinquenziali e di più potenti e ambiziose attività criminose». Insomma, è un potere antico e consolidato nel tempo, tanto che quello di Peppe Pelle può definirsi un «mandato morale» e la sua strada «tracciata dal padre». È lui stesso a dirlo: «mio padre ha fatto una strada… omissis… quello che ha fatto mio padre in cinquant’anni… ». Un padre che ha insegnato al suo erede come la loro “autorevolezza” mafiosa sul territorio derivi dal “consenso” popolare conquistato negli anni, imponendo regole tali da produrre una resistenza minima, «migliore espressione di quello che la Corte di Cassazione chiede di dimostrare». Ed è grazie alla propria «laboriosità e compattezza delinquenziale» che la cosca Pelle è riuscita anche ad “esprimere” una precisa linea di azione e volontà operativa anche in Lombardia e Piemonte. «Dietro la famiglia Pelle – precisa il gup - si cela un potente clan criminale, delle cui rigide regole di gestione è depositario Giuseppe Pelle». Nelle sue mani non solo l’impero economico ereditato dal padre ma anche lo status di capo. Fatti che emergono da tutte le indagini che coinvolgono il clan Pelle, che «non consentono – scrive ancora il giudice - di rilegare il ruolo di Pelle Giuseppe a quello di “consigliere” della ‘ndrangheta, bensì di capo-promotore attivo di una cosca di riferimento divenuta, per la sua capacità delinquenziale in loco e per il potere così trasmesso ai propri capi, un personaggio fondamentale nella gestione dei rapporti con gli altri clan variamente distribuiti nel territorio nazionale. Non vi è un’autorevolezza personale nella gerarchia della mafia scissa dal potere mafioso e criminale diffuso su un territorio e così immanente al punto da potersi consentire il lusso di “esportarlo” prima al nord e poi addirittura all’estero».