L’INTERVENTO. La lucida passione di Carmelo Pujia tra consenso e potere

L’INTERVENTO. La lucida passione di Carmelo Pujia tra consenso e potere
PUJIA Forse, alla fine, scopriremo che in questi ultimi 25 anni i cittadini calabresi sono stati affetti da una sorta di “angoscia d’impotenza”, quella stessa sensazione che, secondo il New York Times, accomuna tutti gli americani nello scoprire che “ il potere sta da qualche altra parte rispetto a noi”. Anzi scopriremo che in Calabria, in questi ultimi 25 anni, non sono emersi leader politici in grado di incarnare in modo alto la funzione di governo delle aspettative dei cittadini.

Forse si spiega così, con questa grande voglia di politica e di governo, il richiamo della memoria a figure di politici, che hanno segnato una lunga stagione, dagli anni sessanta fino ai primi anni novanta del secolo scorso.

Carmelo Pujia, in questo pantheon dei politici calabresi del secolo scorso, occupa, tra luci e ombre, uno spazio di primissimo piano, ben testimoniato dal seguito che la sua persona, con la forte carica umana che l’ha caratterizzata, continua a registrare per alcune generazioni di politici e amministratori, non solo democristiani, sparsi su tutto il territorio regionale.

Questo pantheon non racchiude, per la verità, molte figure di rilievo, e a voler tentare una sintesi credibile e ragionata, potrebbe limitarsi, al massimo, a quattro personaggi che hanno avuto un ruolo di primo piano e hanno lasciato una traccia su cui la storia, col tempo, potrà ricostruire fatti, avvenimenti, connessioni e ragionamenti che hanno contraddistinto le vicende politiche della Calabria. Queste quattro figure sono sicuramente Giacomo Mancini, Riccardo Misasi, Ernesto Pucci e Carmelo Pujia.

Non è un caso che nessun comunista figuri in questa scelta, del tutto personale ovviamente, perché ritengo che la cultura stessa di quel Partito non abbia consentito l’emergere, oltre un certo limite, di grandi personaggi di dimensione regionale con riflessi anche nazionali. Così come nessun rappresentante del territorio reggino ha raggiunto livelli e dimensione regionale e nazionale e solo oggi, pur con una sua specificità ancora da esprimersi compiutamente, Marco Minniti rappresenta una eccezione rispetto al contesto considerato.

Mancini, ovviamente, ha potuto sfruttare al meglio l’appartenenza al Partito Socialista, con un potenziale di manovra di governo e di interdizione molto alto e incisivo, che gli ha consentito di esprimere fino in fondo le sue indiscusse doti di politico astuto, amministratore sagace e l’infinito amore per la sua grande Cosenza.

Riccardo Misasi rappresenta una straordinaria sintesi tra cultura e politica, spinti con lucidità e passione fino nei territori inesplorati della razionalità pura, parlando lo stesso linguaggio di personaggi come Aldo Moro e Ciriaco De Mita. Ma Misasi conosceva anche e soprattutto le regole ferree dell’esercizio del potere e, pertanto, non trascurò mai i rapporti col territorio e i suoi riferimenti con la base del suo vasto elettorato, fino ad ingaggiare straordinarie dispute con Ernesto Pucci, prima e con Carmelo Pujia, dopo.

Ernesto Pucci ha rappresentato per alcuni decenni l’immagine della migliore classe dirigente meridionale della Democrazia Cristiana, uscita dalla scuola di Don Sturzo e di De Gasperi, legando la sua azione politica e di governo, equilibrata e concreta, al riscatto e all’emancipazione del mondo della terra e al generale sviluppo civile della Calabria, in cui affermare il ruolo guida di Catanzaro. La sua visione autenticamente democratica e mai esasperata della dialettica politica ha consentito la crescita di nuove generazioni di politici e di amministratori, di cui non ostacolò mai la conquista di maggiori spazi di potere. E la Democrazia Cristiana seppe sempre riconoscere il suo grande equilibrio affidandogli i più delicati incarichi a livello nazionale.

Carmelo Pujia è stato e, forse continua ad essere, l’uomo politico che con maggiore determinazione ha impersonato il ruolo del Capo, l’ultimo Capo della balena bianca calabrese. Ruolo conquistato con machiavellica lucidità e determinazione nel 1972, quando il Partito si riconosceva in larga maggioranza in Ernesto Pucci. E saldamente mantenuto fino agli inizi degli anni novanta, quando la sindrome comune alla maggior parte della classe dirigente politica meridionale, gli impedì di cogliere il vento nuovo delle riforme, con l’avvento, per esempio, della preferenza unica, non favorendo la possibilità di allargare ad una nuova generazione di democristiani lo spazio dell’impegno parlamentare.

Carmelo Pujia è un uomo dalla intelligenza non comune, con un carisma e una capacità di lavoro senza eguali, che ha dato voce alle ansie più dolenti del popolo calabrese, rivoluzionando il rapporto tra consenso e gestione del potere, portando nelle sedi del governo nazionale le istanze antiche di riscatto dei territori più emarginati, reclamando con forza e determinazione una legge speciale per la Calabria, che riconoscesse la specificità e l’eccezionalità dell’ ”ultimo vagone sul binario morto dello sviluppo”. A lui e alla sua tenacia e lungimiranza si devono alcune intuizioni sullo sviluppo organico del territorio regionale, che avrebbe dovuto esaltare il ruolo di cerniera dell’area centrale, tutt’ora di grandissima attualità.

Forse rimane incompiuta la sua opera, proprio per quella maledizione che incombe sulle classi dirigenti calabresi e meridionali, esasperatamente votate all’individualismo e gelose di condividere lo scettro del comando.

Tutto questo la Calabria continua a pagarlo, con il vuoto di classe dirigente, ancora più marcato in questi ultimi 25 anni, che fa crescere, giorno dopo giorno, l’emarginazione e alimenta l’angoscia d’impotenza.