All'inizio degli anni Novanta la rivista nazionale COSTRUIRE, collegata all'Ance Associazione industriali, fece un numero speciale sulla Calabria. Pezzo forte dell'iniziativa tre interviste sulla condizione e le difficoltà delle tre città "storiche" calabresi: Cosenza, Catanzaro, Reggio, firmate da tre giornalisti calabresi: Pantaleone Sergi, inviato di Repubblica, Gianfranco Manfredi corrispondente del Messaggero, Aldo Varano, inviato dell'Unità. Vennero intervistati: Erneso Marano, pres Assindustria di Cs; l'avv. Gianni Bruni, dir, dell'associazione industriali di Cz; Gaetano Gingari, storico tra i più autorevoli della Calabria, ordinario di storia all'UniMe. Emerse uno spaccato ancora oggi di straordinario interesse per capire i problemi attuali della Calabria. Zoomsud ripropone il colloquio col professore Cingari.***
Gaetano Cingari, storico, (sue sono le Storie della Calabria e quella di Reggio nella prestigiosa collana Laterza) è il calabrese che meglio conosce la vicenda urbana della città dello Stretto. “Reggio - avverte subito - condivide con altre città gli effetti negativi dell’urbanesimo, ma le disfunzioni da noi sono più penose, devastanti“.
Per il professore il “nodo generale è nello straordinario conflitto tra l'ampiezza del caotico sviluppo, l'esplosione della domanda particellare dei gruppi e degli individui e la debolissima capacità della direzione politica-amministrativa di farvi fronte”; insomma un processo di urbanizzazione selvaggia aggravato dall’assenza di un briciolo di industrializzazione. Il “partito dell’edilizia “ha avuto un potere totale sulla città e l’ha rovinata. Spiega Cingari: “Originariamente vi era un sistema definito: centro, periferia, territorio. In centro vi erano le attività direzionali, la fascia successiva era residenziale e infine c’erano le attività produttive agricole e di trasformazione. A quella situazione si è sovrapposto un sistema più complicato di relazioni umane e sociali. Da qui la nascita di una città periferica che si è espansa caoticamente in tutte le direzioni. Il travolgimento dei confini naturali e artificiali della città ha consentito aggregazioni edilizie disordinate, caratterizzate da assoluta povertà dei più elementari servizi sociali “.
Una piccola pausa, quasi a soppesare la drammaticità di un’analisi ormai comune alle fondamentali forze sociali cittadine, e un’aggiunta: “Siamo circa 170 mila persone e ci sono stati oltre 21 mila casi di abusivismo: credo sia una delle più alte percentuali d‘Italia. Nessuno sa esattamente come stanno le cose, ma i rilievi aerofotogrammetrici offrono uno spettacolo desolante”. Dietro lo sfascio, che ha spinto anche l’Associazione dei costruttori di Reggio aderente all’Ance a parlare di “una situazione definitiva e irreversibile di devastazione e discredito urbanistico“, si sono bruciati ottant’anni di sogni urbani .
“Si cominciò - ricorda Cingari - con il piano regolatore della ricostruzione post-sismica del 1914, già frutto di una serie di pressioni tra interessi contrastanti. La Grande Reggio - l’accorpamento alla città di numerosi comuni limitrofi cui veniva sottratta l'autonomia - voluta dal fascismo, aggravò la situazione. Ancora nel dopoguerra niente era intervenuto a disciplinare l’espansione urbana della città e delle frazioni “. Bisogna arrivare alla soglia degli anni Sessanta, per l’esattezza al 1957 quando i processi di urbanizzazione hanno già iniziato a galoppare, per assistere al primo tentativo di mettere ordine. Viene affidata ad un architetto reggino, Francesco Albanese, la redazione del PRG. Ma le pressioni sono terribili. Gli interessi opposti si scontrano, diventano paralizzanti e non accade nulla. “Nel 1966 - ricorda Cingari - una Commissione d’inchiesta ministeriale sostiene che “una volta saturate le maglie del vecchio piano regolatore (quello del 1914, ndr) l'attività edilizia s’è sviluppata in maniera incontrollata”. La Commissione aggiunge che in nessun caso si può parlare di nuovi quartieri o unità urbane, quanto invece di “edifici accatastati l’un contro l’altro senza alcuna logica e senza alcuna visione unitaria, altimetrica o planimetrica”.
È negli ultimi trent'anni che si brucia l’ultimo sogno urbano di Reggio. Dopo Albanese entra in campo Ludovico Quaroni, uno dei mostri sacri dell’urbanistica italiana, a cui viene chiesto il nuovo PRG. L’idea forza è la conurbazione tra le due sponde dello Stretto per la formazione di una grande area metropolitana tra Messina, Villa San Giovanni, Reggio. “Sul progetto, o meglio sulla tendenza verso quest’area, aveva molto insistito il geografo Lucio Gambi. Aveva osservato che Reggio - spiega Cingari - aveva personalità meno individuabile rispetto a Catanzaro o Cosenza, attirava quotidianamente popolazione dalle falde aspromontane per irradiarla nello Stretto. Gambi era arrivato alla conclusione che la maggior forza di Reggio non era il suo essere città ma essere parte della conurbazione “.
Cingari ricorda quel dibattito anche perché ne fu uno dei protagonisti. “Fatti e suggestioni riferite ad un’area metropolitana dello Stretto sono stati molto presenti, ma la città si divise: si metteva in evidenza che la spinta in quella direzione avrebbe finito col favorire Messina, giudicato il punto più dinamico dell’area, trasformando Reggio in un centro satellite. Il piano Quaroni, approvato nel 1970, accettò la logica sostanziale dell’Area. Tutto veniva ridefinito a nord della città: era previsto un nuovo centro urbano con funzioni direzionali, residenziali e turistiche, snodo o allaccio verso il futuro ponte sullo Stretto; a sud c’era l’area industriale; al centro si risanava l’area urbana, ristrutturando la ferrovia intubata e si spostava a sud la zona portuale per servire l’area produttiva. Infine, una complessa rete infrastrutturale collegava le molteplici realtà del territorio “.
La situazione però non è cambiata, certi fenomeni negativi del passato si sono accentuati. Anche le localizzazioni decise dalle amministrazioni - sostiene Cingari - hanno mostrato una grave insensibilità ad un corretto uso dello spazio urbano. La Questura, per esempio, la stanno costruendo sul Corso principale e sarà sicura fonte di più estese congestioni. Nei mesi scorsi si è tentato più volte di localizzare il Palazzo di Giustizia in una delle poche zone di espansione che il piano regolatore aveva in buona parte destinato a verde attrezzato.
Del resto - aggiunge sconsolato - il piano regolatore è saltato, consunto anche legislativamente. Ogni tanto spunta l’esigenza di farne uno nuovo che, oltre a rimediare ai guasti del passato, tracci una nuova idea della città. Ma è un’opinione minoritaria che si scontra con scetticismo e interessi consolidati”.
Come uscire da questo marasma? Ricette, in città, non ne ha nessuno. “I tempi sono duri, le prospettive difficili. Tutto sommato - dice Cingari - resta in piedi la speranza di un progetto persuasivo con Messina. Ma la stessa questione del ponte sullo Stretto non appare per nulla correlata con le due realtà cittadine, soprattutto con Reggio, più emarginata di Messina. È difficile - conclude Cingari - rispondere alla domanda sul che fare. Il nodo più che urbanistico è politico-sociale. Il nuovo a Reggio stenta a nascere anche perché una soluzione urbanistica non potrà limitarsi a correggere le storture ma dovrà incidere necessariamente su una miriade di interessi consolidati “.