
«A dire la sincera verità, a scuola mi chiamano Marcellina Cazzatagrande, ma io mi chiamo propriamente Marcellina Scatalascio. Cazzatagrande è un soprannome che ho buscato per via di quelli che si sono fatti l’idea che ho il vizio di fabbricare storie inventate. Ed è strano che a dire al mille per mille le cose veramente veritiere, figuro fabbricante di storie inventate.» Marcellina Scatalascio è «una curiosa e una che parla assai, e se nessuno mi dà retta prendo una penna e parlo scritta, ché a parlare autonoma figuri pazza, ma se parli autonoma scritta nessuno ci bada tanto». Dà nomi segreti ai suoi familiari (Orchite, detto Orchi al padre infermiere secondo il quale «io devo diventare una medichessa, un medico femmina voglio significare», Echinocò alla madre, Orticaria al fratello) e agli amici (il più caro; Saverino Cutrì diventa Afasia); fa «liste delle cose che le femmine devono fare per essere propriamente femmine», «liste delle cose che i maschi devono fare per essere propriamente maschi» e «liste delle cose che gli uomini dell’umanità fanno propriamente come gli animali»; appunta, su ogni argomento, pensieri segretissimi. Prova a scappare dal paese con tutto il suo tesoro: «un quaderno (questo) mezzo scritto e mezzo no. Quattordici penne (blu e rosse) rubate al supermercato. Libro di matematica nuovo. Caramelle alla panna. Due pietre di mare tonde e bianche. Una gomma per cancellare. Una pallina magica che rimbalza sette volte. Tre biglie di vetro. Un pezzo di panino secco. Un tappo di sughero dello spumante di Capodanno, ché il tappo dello spumante di Capodanno porta fortuna». Oggetti che resteranno, insieme al suo zaino azzurro, a Saverino Cutrì che, senza di lei, sarà ancora più solingo.
La solinga, difettosa, stranita Marcellina Scatalascio è una delle protagoniste di Non c’è niente a Simbari Crichi, (edizioni Iride), la raccolta di racconti che, nel 2004, ha fatto conoscere il fantastico mondo di Sonia Serazzi, al centro anche del più recente Il cielo comincia dal basso, meritatamente finalista al Premio Sila (la premiazione avverrà in autunno).
Coprotagonisti, con Marcellina, tante persone meravigliosamente marginali. C’è il professor Bradamante Sirace, «un uomo triste coi baffi», che si sente «come un albero divelto, senza presa al suolo, un ficodindia carico di punte di spine invisibili». Suo padre gli ha spiegato che «il mondo si prende di fronte come fanno i tori, ma ci vogliono corna grosse e ossa del cranio forti (…). I muli e i minchioni lo prendono da sotto, e se lo caricano addosso e camminano zitti». C’è Fortunato Sirianni, che, con Rocco, Giggi, Giannone, «nei pomeriggi d’estate non sappiamo che fare, allora ci sediamo davanti al bar a bollirci le cosce sulle sedie di plastica e sotto uno spicchio d’ombra giochiamo con Carmela, la cagna di tutti. Per vederla saltare con la lingua fuori le lanciamo morsi di panini e pizzette e coni al pistacchio leccati e lei li prende al volo.» C’è Cenzo Riscambiolo che «sposò Rafela per ingravidarla: undici volte la ingravidò, e undici volte cambiò il suo materasso che pareva terreno infrollito per la semina. All’ottavo “e questo come lo chiamo?” capì d’avere troppi figli in casa e decise di cederli a quanti vantavano maggiore fantasia: la femmina la consegnò per una cucina smaltata marrone con i fornelli d’acciaio; un maschio gli fruttò un televisore in bianco e nero, e l’altro una carriola azzurra e una fornitura semestrale di birra.» C’è Pavula, «nata con un occhio nero e uno marrone, e un momento colorava il mondo con le dolci venature delle castagne, e l’altro lo scarabocchiava di segni cupi e densi tracciati con la pupilla di carbone. Le ossa del capo le dolevano sempre, premute da opposte catene di pensiero che battevano sussultavano e stridevano senza tregua.» C’è Laria Straniti, ancora zitella e Ines detta Zuccheriera: «Tra Simbari Crichi e dintorni ne ha macinato tra le cosce una trentina, anzi trenta precisi, ché lei tiene il conto. La chiamano Zuccheriera perché con tutto che ha le gambe stortarelle e rinsecchite e il naso a becco di pappagallo, maschi ne rimedia a mazzi. E allora i maschi si figurano che non ce l’ha uguale alle altre, una scatoletta normale, insomma. “Avrà una zuccheriera sotto la gonna…” si sganasciano di risate quando la vedono passare.» E c’è la famiglia di Lulù, Sardignò, Calimero e io. Quest’ultima prende il treno per andare in un’università del Nord: «I miei compagni del liceo dicono che Simbari Crichi è un buco nero a gravità infinita che risucchia tutto, e quelli delle altre scuole dicono che è il buco del culo del mondo, e che ci si resta giusto il tempo d’essere cacati via. E tra il un buco nero e il buco del culo del mondo c’è poca differenza, ché un buco –in entrata o in uscita – è sempre un buco.»
Nella cartina della Calabria Simbari Crichi, non esiste, ma Sonia Serazzi l’ha impressa in maniera irrevocabile nel cuore dei suoi lettori. Nella primavera della narrativa calabrese, in cui le scrittrici non sono poche né di poco valore, Sonia Serazzi si segnala per l’invenzione di un mondo-metafora, in cui la marginalità diventa una crepa luminosa: nel muro rigido d’annose incrostazioni, nel ristagno di antiche indolenze, emerge il senso della vita nel suo nucleo più semplice e nudo. Particolarmente interessante il lavoro sulla lingua: basterebbe l’uso di nomi e nomignoli dei personaggi per renderlo prezioso.
Sonia Serazzi, Non c’è niente a Simbari Crichi, Iride, pp.168, euro 10