di GIUSEPPE TRIPODI - Gringia, smorfia di antipatia che si fa deformando la bocca verso o alle spalle di qualcuno che poco amiamo. Viene dal verbo longobardo grimmizòn, accigliarsi, corrugare, sollevare la fronte o altre cose, da cui il tedesco Grenze, frontiera sollevata e i suoi molteplici derivati (Grenzgangen, frontaliere, Grenzgebiet, zona di confine, Grenzschutz, polizia di confine, etc. etc).
La lingua calabra mantiene i significati longobardo-teutonici in Gringiàri, rimbrottare in modo irritato, corrugando la fronte, Gringiàta, l’atto del rimproverare, ma anche gringiùsu, bambino smorfioso e piagnucoloso.
Confine, Grenze, frontiera come luogo in cui ci si fronteggia in modo accigliato, magari gringiàndo (aggrottando il cipiglio per impaurire) il nemico e con la speranza di farlo piangere (gringiàri): “frontiera, in quanto racchiude in sé la radice di <fronte> indica l’essere rivolti contro qualcosa. Presto o tardi è inevitabile che su di essa si consumi uno scontro, così come la frontiera è la conseguenza di uno scontro che è avvenuto in passato. Al cum che unisce e pone in relazione, proprio del confine, la frontiera sostituisce l’incombente prospettiva di un affrontarsi che ha il cupo suono della guerra... è sul confine che incontro quello straniero che è sempre hostis-hospes, quell’altro che viene, del quale non potrò mai sapere in anticipo se sia ospite o nemico, ma che devo comunque dispormi ad accogliere” (Umberto Curi, Uniti da un confine, da Lettura del “Corriere della sera”, 16 dicembre 2012)
La lingua italiana, diversamente dal tedesco e dal calabrese, cristallizza la grinza attorno al significato di piega, increspatura, ruga della pelle o del tessuto; potremmo dire che riguarda solo le cose e si disinteressa degli uomini.