MONGIANA/6. Ma era come tutte le altre ferriere

MONGIANA/6. Ma era come tutte le altre ferriere
miniera   Caro Direttore, ho letto con vivo interesse il pezzo intelligente e polemico sul Museo della Mongiana. E lo condivido quasi tutto. Più di me l’hanno condiviso altri: ad esempio, i colleghi di Iacchitè, che hanno, addirittura risvegliato dal suo sonno secolare il grande Pasquale Rossi per rilanciare i contenuti del tuo pezzo (non è firmato ma credo che sia tuo).

Sono d’accordo con “quasi tutto”, il che vuol dire che ho un piccolo rilievo su una parte. Non sono d’accordo sul fatto che nell’acciaieria di Mongiana si morisse come le mosche e che i Borbone avessero usato la ferriera come una sorta di campo per i lavori forzati.

Hai citato, giustamente, il grande Augusto Placanica, la relazione di Giuseppe Maria Galanti e un altro storico bravissimo, Luca Addante, che conosco e stimo da una vita. È vero che - come hanno sostenuto Galanti prima e gli altri due studiosi poi nell’atto di chiosarlo – che nelle ferriere di Mongiana si praticasse uno sfruttamento becero, causa di mortalità prematura tra gli operai che vi lavoravano, i quali campavano al massimo 40 anni, arrivandoci, quando ci arrivavano, malissimo, rispetto a una vita media di 70 anni.

Però, siamo sicuri che altrove non fosse così? Ti dirò, non ho consultato storici, ma ho rispolverato alcuni romanzieri: Charles Dickens, Emile Zola (grandissimo giornalista prestato alla letteratura) e Victor Hugo. Ho capito, sulla base delle loro suggestioni, che lo sfruttamento intensivo della manodopera non fosse solo una prerogativa del Sud di allora – ma anche di quello attuale – e che, sulla stessa falsariga, funzionavano i sistemi industriali dell’Inghilterra vittoriana, della Francia e via discorrendo.

Questa colpa, insomma, non l’addosserei ai soli Borbone, che non erano i sovrani illuminati che dipingono i revisionisti – neoborbonici e non e più o meno disinteressati – ma neppure le bestie nere della propaganda risorgimentale.

Provarono tutti, tranne il capostipite Don Carlo (che fu invece un grandissimo sovrano) ad amministrare il loro Regno senza far politica, come se fosse una fattoria. Un vizio dell’assolutismo, già vecchio quando loro provarono a combattere il sistema postfeudale, trascinatosi più o meno intatto fin dopo l’Unità nazionale.

Nel 1860, credo, c’era un solo sistema sociale in linea con gli standard europei dell’epoca: il Lombardo-Veneto, dove tuttavia le sacche di disagio sociale, le disparità e gli abusi non mancavano. Anzi.

Credo che noi soffriamo di un problema: la martellante campagna online dei gruppi neoborbonici ha appannato i nostri punti di vista e ci ha resi antipatici oltremisura i Borbone, che hanno avuto il torto, gravissimo e al limite del peccato mortale per dei re, di non capire un’acca di politica.

Cerchiamo di essere sereni, come hai dimostrato tu nella chiusa dell’articolo: i nostri mali non sono colpa del Nord invasore e depredatore. O non solo almeno. Le fabbriche di metallo chiusero, lo hai giustamente ribadito, per questioni di mercato e non perché qualcuno, sulla base del consueto complotto demoplutomassongiudaico anticipato da certi revisionisti di un secolo, lo volle. La vicenda di Mongiana, se vogliamo, anticipa di un secolo i tentativi fallimentari di industrializzazione del Profondo Sud. E noi cronisti, che ci siamo occupati dei fallimenti di alcune realtà (che hanno lasciato dietro di sé macerie, inquinamento e disoccupazione a carico dell’erario), lo sappiamo sin troppo.

Ecco il punto: non mettiamoci sul piano di certi revisionisti. Noi, a differenza loro, siamo di buone letture. Ma ciò non fa di noi degli storici. E questo dovrebbero capirlo anche alcuni colleghi che, forti della firma maturata in aree più sicure per il giornalismo (mi riferisco a Lorenzo Del Boca, Lino Patruno e Pino Aprile) si sono scatenati a scrivere dei morti, compito degli storici, come non avrebbero scritto dei vivi, missione dei giornalisti.

Non mettiamoci sul loro piano. Lo dico perché, mio malgrado, mi sono trovato coinvolto in una polemica non bellissima. Noi, che amiamo i libri e la cultura, vogliamo più musei e più biblioteche. Loro, che non fanno altrettanto, vogliono la chiusura dei musei e rifiutano i libri sol perché non dicono ciò che gli piace sentirsi dire.

Siamo di un’altra pasta. Vantiamocene. Ed evitiamo di trattare la Storia, materia non nostra, meglio di quanto fanno certi patiti del pallone, non in grado di reggere mezz’ora sul campo ma capacissimi di criticare atleti e calciatori il lunedì mattina.

Personalmente, sono lieto che l’Italia sia stata fatta. E per un motivo banale: quel Risorgimento, per fortuna laico e liberale, aveva in sé i germi della libertà che consente a me e te di esprimerci liberamente e di dialogare con chi vogliamo. Loro, che spesso abusano delle garanzie costituzionali per mettere in discussione il sistema che consente loro di dirne male, non si rendono conto di quanti sacrifici sia costata l’unità di questo paese che, con tutti i suoi difetti, almeno ci ha consentito quell’aggancio con l’Occidente senza il quale in molti non varremmo niente.

Ricordiamoci di Mongiana, critichiamo i Borbone e i Savoia per i loro torti veri e provati, tantissimi, ma non per quelli presunti.

Umberto Eco criticava i social network per aver trasformato il web in un immenso bar dello sport, dove, senza competenze su nulla, si discute su tutto. Noi, al contrario, siamo competenti e l’unica tifoseria che dovremmo ammettere è quella a favore di chi studia e sa per contenere chi non sa e vorrebbe dettare regole a tutti.

Con la consueta affettuosa stima.

*giornalista