“Tragediatori”, la fine dell’Antimafia (di potere e carriera) e il crollo dei suoi miti

“Tragediatori”, la fine dell’Antimafia (di potere e carriera) e il crollo dei suoi miti
ndra1 Per troppo tempo l’antimafia non ha discusso di se stessa, della sua vita, del suo modo d’essere. Perché lo ha fatto? Non ha voluto o non ha potuto discutere? Perché è stato sempre impedito un dibattito libero, un confronto aperto sulla sua identità? E perché è stato impossibile esprimere punti di vista diversi da quelli dei protagonisti della vulgata egemone, che si sono autoproclamati depositari delle proprie verità?

  Finalmente se ne parla, in Italia e anche in Calabria, grazie ad un libro coraggioso, ‘’I tragediatori’’, scritto da Francesco Forgione ed edito da Rubbettino. In questo libro l’autore, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, lancia un coraggioso j’accuse contro l’antimafia dei “tragediatori”, di coloro cioè che vestono la maschera dei puri per celare il volto dei collusi. Ciò non per rendere tutto indistinguibile né per far crollare tutto in una sorta di pessimismo cosmico ma perché l’antimafia smetta di essere appannaggio di pochi per ritornare ai tanti ragazzi e alle tante risorse della società civile che in questi anni, spesso in silenzio o nell’indifferenza generale, hanno continuato a lottare e operare per estirpare il cancro delle mafie dalla nostra società. 
Perché come ricorda l’autore se è vero che con realismo “continuiamo ad affermare che non è detto che vinca, con altrettanta convinzione possiamo dire che non è scritto da nessuna parte che siamo destinati a perdere”.


Sono anni ormai che personaggi e figure simbolo dello schieramento antimafia, sia in ambito istituzionale che civile, sono state innalzate allo status di icone pubbliche. Forti dell’autoassegnazione di un ruolo di rappresentanza dell’antimafia nel suo complesso, tali figure non vengono sottoposte ad alcuna critica se non da parte di chi, per collocazione politica  culturale o per il diretto coinvolgimento in vicende giudiziarie, si è dichiaratamente collocato nel campo avverso. Di conseguenza il loro linguaggio, i loro atteggiamenti e le loro azioni si sono trasformate nel Verbo dell’antimafia stessa. 
Mettere in discussione anche solo parzialmente l’operato di tali figure significa incorrere nell’accusa di sovraesporle al rischio di diventare vittime dei killer mafiosi, di favorire l’isolamento di chi lotta contro la mafia o – nel caso di alcuni magistrati – di fare il gioco di chi ha interesse a zittirli e a neutralizzarne l’azione per coprire interessi e collusioni con il potere. 
In questo contesto, nel mondo dell’antimafia si è imposto l’uso politico, strumentale e a volte persino intimidatorio, di un termine specifico: delegittimazione. L’accusa di delegittimazione è diventata un grimaldello ad uso e consumo dei custodi delle icone antimafiose, ed è stata utilizzata per neutralizzare o far tacere ogni critica, seppur espressa da soggetti dello stesso campo politico-culturale.


  Si è trattato di un’operazione culturale e mediatica di forte impatto. 
Come conseguenza, un ampio settore dello stesso schieramento ha scelto di restare in silenzio: un silenzio che ha spianato la strada all’egemonia culturale di un’antimafia autoproclamatasi radicale, “dura e pura” nel suo giacobinismo e privilegiata nel rapporto diretto con alcuni magistrati, sempre più proiettati in una dimensione politico-mediatica. 



È successo così che alcuni partiti, o esponenti di partiti variamente collocati a sinistra, abbiano pensato che per ottenere il marchio di garanzia dell’antimafiosità fosse sufficiente un po’ di propaganda, un comunicato di solidarietà ai magistrati, un appello firmato dai soliti noti soloni e, naturalmente, qualche incontro e convegno con i rappresentanti di associazioni che nemmeno a sfiorarle si muore un attimo dopo!
Non solo ma talvolta a conquistare la patente di “Paladini dell’Antimafia” sono stati proprio personaggi (come tante recenti indagini hanno dimostrato) che con la mafia hanno camminato a braccetto, conducendo loschi affari e trattative, ergendo il vessillo dell’antimafia per operare al sicuro.
Si è caduto così così nella “notte in cui tutti le vacche sono nere” di hegeliana memoria, dove non si distingue più tra bianco, nero o grigio (chiaro o scuro che sia). E’ tempo cioè di una vera antimafia sociale, come Forgione – che un po’ ne capisce di queste cose – giustamente suggerisce.


*Francesco Forgione, I tragediatori, La fine dell’Antimafia e il crollo dei suoi miti, Rubbettino, 14 euro.