LA POLEMICA. Ma il Pantheon della Calabria non può essere di parte

LA POLEMICA. Ma il Pantheon della Calabria non può essere di parte
gullo La crisi di credibilità dell’attuale politica induce spesso a rifugiarsi in ricostruzioni nostalgiche in cui la trasfigurazione della realtà si mischia ad una restrizione localistica. Marcello Furriolo e’ uomo colto e intelligente, troppo calato nel presente, dopo avere attraversato un passato da protagonista, da non sapere che se in quel passato vogliamo trovare degli spunti non semplicemente marcati dal  tradizionale nonché inutile ‘si stava meglio quando si stava peggio’ occorre volare alto senza pregiudizi e guardare a 360 gradi alla politica calabrese dell’ultimo cinquantennio. A quello che e’ stato per davvero. Al segno lasciato.

  Ora quel pantheon in cui Marcello Furriolo mette Mancini, Misasi, Puija e Pucci e taglia fuori tutta la sinistra di quello che e’ stato il Pci anche da queste parti sa un po’ di rivincita a cose fatte. La differenza di spessore politico e culturale fra i diversi personaggi è, inoltre, tale da non dovere essere neppure sottolineata.

  In ogni caso – ed e’ solo questo il punto che intendiamo qui sottolineare non avendo spazio per una ricostruzione più dettagliata - si assiste oggi ad un curioso sdoppiamento, non solo in Furriolo, ma in una certa pubblicistica politica: da una parte, si denuncia la condizione attuale della Calabria, con tutte le sue negatività che ne fanno la realtà ultima in Europa; dall’altra, sembra che  questa realtà sia figlia del caso, di non so quale indecifrabile destino e non il frutto di una più che cinquantennale politica che ne ha impedito la crescita produttiva per farne una società totalmente dipendente dalla spesa pubblica assistenziale, priva di servizi decenti e perennemente costretta con le sue giovani generazioni ad emigrare.

  Quei signori pantheon sono esenti da responsabilità? Tutti? E in che misura? Non ci sfuggono, certamente, i limiti e le contraddizioni della sinistra del Pci in questo cinquantennio, ma ciò che ha deciso il destino attuale della Calabria è stata la politica governativa. E qui le differenze tra i 4 del pantheon di Furriolo è evidente, chiara, solare se solo pensiamo a quanto lasciato sul campo dell’oggi dall’azione governativa, ad esempio, di Giacomo Mancini rispetto, ad esempio, a Puija e Pucci.

  Un’ ultima annotazione a proposito di mancanza di cultura politica dei comunisti che avrebbe impedito la nascita di leader. Il PCI è stato protagonista principale, assieme alla Democrazia Cristiana, della lotta politica in Calabria: non cito Fausto Gullo (sarebbe troppo semplice) ma per limitarci solo agli anni settanta, la Regione non sarebbe neppure potuta nascere senza l’apporto  decisivo dei comunisti in accordo con i socialisti e Antonio Guarasci, con la DC allo sbando; la destra non sarebbe stata bloccata senza quella politica e la mobilitazione nazionale di cui i comunisti furono l’anima; non ci sarebbe stata la fioritura di cambiamenti politici, di partecipazione, di innovazione nella cultura politica del PCI, dell’ingresso massiccio di una nuova generazione nella vita politica che portarono, tra l’altro, quel partito alla grande espansione politica ed elettorale a metà degli anni ’70.

Un PCI protagonista in quegli anni e dopo con uomini di notevole spessore politico e culturale che hanno segnato un’epoca: ne cito solo alcuni, scusandomi con tanti altri. La leadership politica di Franco Ambrogio, lo straordinario apporto politico e culturale di Rosario Villari e di Stefano Rodotà, la paziente opera di scavo per la conoscenza dei problemi calabresi di Giovanni Lamanna. Uomini di primo piano nella sinistra calabrese, ma anche meridionale e nazionale.

E nel Consiglio Regionale, personalità di spessore come, fra gli altri, Francesco Martorelli e Tommaso Rossi. Due di questi citati sono reggini, a dimostrazione di come se vogliamo davvero fare un’analisi compiuta e seria di quegli anni le visioni di parte servono a poco. Ci troviamo nel mezzo di una transizione infinita che dura da decenni: colpe e ritardi, meriti e fughe in avanti devono essere individuati con chiarezza se non si vuole regalare ad un’antipolitica di nuovo conio il passato, il presente e forse anche il futuro.