E così i calabresi, incapaci di creare il lavoro in casa propria per responsabilità di tutti, ovviamente con diversi gradi di coinvolgimento, partono e vanno dappertutto. A un certo punto agli sgovernanti viene una brillante idea: dato che qui non siamo riusciti ad aiutarli, creiamo una fondazione per farlo a vantaggio di tutti quei nostri conterranei che stanno in giro per il globo. Calabresi nel mondo! Bellissima denominazione, poesia pura per un fine nobile come pochi.
Poi, un bel giorno, i calabresi di Calabria e quelli nel mondo aprono il giornale, cartaceo o meno, e vedono la faccia di un ex parlamentare con i capelli trapiantati come il berlusca; accanto alla sua faccia, un titolone dal quale si apprende che la magistratura inquirente ritiene che la fondazione dal nome lirico e dalla missione illustre sia stata utilizzata non già allo scopo di offrire un supporto ai tanti che sono stati costretti ad andare altrove per cercare un’esistenza dignitosa, ma per donare ad un manipolo (non tanto manipolo, a dire il vero) di privilegiati stanziali calabresi la possibilità di percepire indebitamente ingenti somme, ciò senza dimenticarsi di accontentare tutto quello che fu l’Arco costituzionale.
Altro “nobile scopo”del carrozzone sarebbe stato quello di assicurare un bacino clientelare al dominus politico della faccenda, l’impalpabile (per la causa calabrese) on. Galati, famoso, prima di oggi, per essere apparso da un giorno all’altro con una chioma degna di un cantante rock, e per aver rapito il cuore di una sua collega parlamentare della Lega allora ancora Nord. Preveggenti, i due colombini: prima di Salvini e Peppe Scopelliti, avevano compreso che l’alleanza tra la parte opulenta e quella disastrata del Bel Paese si poteva e si doveva fare, ripercorrendo la strada tracciata tanto tempo fa dagli ascari del sud e dai potentati economici del nord a danno dei soliti gonzi.
(rep) E, a questo punto, vogliamo inserire in tutte le dissertazioni filosofiche, antropologiche, di alta politica, del dopo elezioni la variabile più importante di tutte? O ardiamo dal desiderio di continuare con l’ipocrisia, col gioco delle tre scimmiette, con l’usanza struzziana?
Chi in questa parte d’Italia ha votato 5 Stelle, e lo dice uno che non l’ha fatto, è stato spinto soprattutto dalla brama irrefrenabile di mandare via questi soggetti. Di dare un calcio negli stinchi, o in altra parte del corpo, quella dove non batte mai il sole, a chi affama i cittadini. A chi utilizza le Istituzioni e i quattrini della collettività per proprio tornaconto, lasciando, per altro verso, che gli ospedali pubblici si blocchino per la mancata riparazione di una stampante, che i pronto soccorso scoppino di disperati costretti a percorrere distanze siderali per trovare un primo aiuto per i loro problemi di salute più gravi e urgenti. E potremmo proseguire senza sosta.
Io non so dire se alla fine questo consenso massiccio servirà a chi lo ha deciso col proprio voto. Quello che certamente so, per esperienza, è che non è servito a nulla quello dato ad altri, se non ad alimentare sprechi e inefficienze, ruberie e corruzione; so che, a un certo punto, quando non si sa più a che santo votarsi, si può scegliere di consegnarsi all’ignoto, perché del noto si conoscono le nefandezze. Chi può dare torto a chi ha ragionato in questo modo? Io non me la sento di sparare alzo zero verso chi, privato della speranza, ha optato per il voto della disperazione. E mi auguro sinceramente, dal profondo del cuore, che questi signori siano all’altezza del cimento. O che, almeno, siano capaci di scrivere la parola fine a questa sporca storia iniziata ormai da troppo tempo.