L'ANALISI. C'è la crisi ma, piaccia o no, votare non si può

L'ANALISI. C'è la crisi ma, piaccia o no, votare non si può

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È difficile che l'Italia torni al voto. Difficile perché il coronavirus è sempre lì. In agguato e pronto a ghermire tutti quelli che rischiano carezze, socialità e perfino contatti senza passione. E questo è un argomento potente per non tornare al voto. Ma gli americani hanno votato, ripete a raffica Giorgia Meloni. E’ vero, ma ora sono infettatissimi dal Covid anche se in buona parte hanno votato per posta. Mentre in Italia non si può.

Ma c'è un altro argomento molto più potente del coronavirus. Con nuove elezioni la maggioranza assoluta degli attuali parlamentari, quale che sia il partito attuale o ex, non tornerebbero in Parlamento. E’ questa la certezza che rende altamente improbabile il ritorno a breve alle urne, quali che siano le valutazioni che vengono fatte sulla situazione politica e i personaggi che l’affollano.

Il combinato disposto tra riduzione del numero dei parlamentari e legge elettorale esistente, entrambi punti fermi dell'attuale legislazione, non lasciano alcun dubbio sulla severissima espulsione di gran parte degli attuali parlamentari che in maggioranza verrebbero costretti a un traumatico viaggio senza alcuna possibilità di un ritorno.

Certo, ci sono poi tutte le ragioni ideali che hanno a che fare col futuro del paese e i progetti di futuro diversi che animano il confronto politico. Ma tutti questi nobilissimi elementi devono, piaccia o no, fare i conti con la circostanza che con nuove elezioni ogni singola formazione politica, vada avanti o vada indietro in termini di consenso elettorale, lascerà a casa la maggioranza dei propri attuali parlamentari. I parlamentari di tutti i partiti, in caso di elezioni, dovrebbero fronteggiare un doppio feroce taglio che falcerebbe i titolari attuali degli scranni: il taglio complessivo dei seggi parlamentari e quello fisiologico e tradizionale che colpisce i parlamentari ricandidati per il modificarsi del consenso nei territori. Insomma, se si vota la maggioranza degli attuali parlamentari non tornerebbe in Parlamento.

Questo quadro è conosciuto in modo dettagliato. E’ temuto prioritariamente dai parlamentari e crea problemi a tutti i leader. Basta immaginare quel che accadrebbe nel M5s che oltre a subire il taglio fisiologico per la riduzione dei seggi parlamentari dovrebbe fronteggiare anche la drastica riduzione di consenso che viene segnalata senza grandi variazioni dall’intera sondaggistica, senza eccezione alcuna. Ridicoli quanti si meravigliano dell’intervento di Beppe Grillo che avanza l’ipotesi di una grande unità nazionale di tutte le forze (quindi l’ammucchiata di tutti i partiti attuali) da qui alla fine della legislatura. E’ vero che teoricamente la questione non dovrebbe interessare deputati e senatori 5s perché, a rigore, pochissimi di loro potrebbero venire ricandidati dato il limite massimo dei due mandati consentiti in quel partito. Ma tutti sanno, a cominciare dai rieletti che quella clausola è destinata a saltare. Solo il Dibba ha creduto non fosse così: non s’è ricandidato dopo la prima legislatura per diventare il Primus senza pari nella terza e ora rischia di saltare anche la seconda. Ma il problema non è solo del M5s. Nel Pd gran parte, forse la maggioranza, degli attuali parlamentari, uscirebbe di scena. Anche la Lega avrebbe un risultato del genere per non dire di Forza Italia che, in proporzione minore, avrebbe un destino simile al M5s (con un unico diverso e non irrilevante dettaglio: donne e uomini di Fi si trovano in una condizione economica e sociale molto più robusta). Insomma, soltanto Fratelli d’Italia, accreditato in consistente crescita, potrebbe contenere la sindrome della perdita del seggio tra i propri parlamentari. L’agitazione votereccia e solitaria della Meloni lo testimonia.

Per quanto paradossale possa sembrare è stata la mancata presa d’atto di questa situazione a provocare confusione nelle strategie dei leader, a partire da Renzi. L’arma di possibili elezioni con cui condizionare gli avversari è scarica. Certo, può sempre capitare una disgrazia tanto potente da rovesciare il tavolo senza che nessuno lo voglia e mentre tutti lo temono. Ma è difficilissimo. E non si è tenuto conto che se salta l’ipotesi “Scioglimento” mosse e strategie vanno riformulate perché viene meno una delle leve fondamentali della politica quando le crisi s’ingarbugliano eccessivamente.

L’esistenza di Conte presidente del Consiglio, quindi, al momento garantisce tutti, anche quelli che non lo amano. Per questo Conte appare (ed è) tranquillo. E per la stessa ragione in Iv cresce il nervosismo dovendo fronteggiare isolamento e accuse di irresponsabilità. Conte a Palazzo Chigi consente a tutti i partiti, di ex maggioranze (plurale) e di opposizione, di lavorare alla crescita del proprio consenso durante la lunga campagna elettorale che durerà due anni. Renzi non ne ha tenuto conto e pagherà un prezzo alto. Il problema, ancora non risolto e di non facile soluzione, è non farne pagare uno altrettanto alto al paese.
*questo articolo è già apparso sul Dubbio del 15 gennaio.