SUD. Urge strategia nazionale del Governo: 16 Patti non fanno il miracolo

SUD. Urge strategia nazionale del Governo: 16 Patti non fanno il miracolo
masterplan    È passato un anno dall'annuncio del governo Renzi di un Masterplan per il Sud, cioè di una organica strategia di sviluppo per l'area più arretrata del Paese, accompagnata da accordi con le singole Regioni e città metropolitane, definiti Patti per il Sud. La decisione fu presa dopo che il rapporto Svimez aveva segnalato la più grande flessione economica degli ultimi decenni nelle aree meridionali. Come stanno le cose dopo la pubblicazione del nuovo rapporto Svimez?

Sul sito ufficiale del governo risulta questa situazione: i Patti sottoscritti sono undici sui sedici programmati. Le Regioni che hanno firmato sono Campania, Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise e Sardegna (queste ultime a fine luglio) a cui si aggiungono le città metropolitane di Catania, Bari, Palermo, Reggio Calabria e un particolare accordo per Taranto. Nonostante manchino ancora alla firma Regioni importantissime come la Sicilia e la Puglia, e città fondamentali come Napoli, è possibile trarre un primo bilancio sulle politiche pubbliche per il Sud che si intravedono leggendo quelli andati in porto. E non è un bilancio del tutto positivo, come proverò a dimostrare.

Innanzitutto va dato atto al vice ministro Claudio De Vincenti dello straordinario impegno profuso nel contatto con le Regioni e le città metropolitane e nella predisposizione degli atti finora firmati. Ciò dimostra quanto sia necessario avere dentro il governo una delega piena sul Sud, e un apparato che permanentemente se ne occupi, e non affidarsi alle straordinarie doti di lavoro di un sottosegretario alla presidenza del consiglio, che deve districarsi ogni giorno tra mille problemi. Era già avvenuto con Graziano Delrio, che si era occupato di Sud nello spazio libero tra tantissime altre incombenze. Poi l'ex sindaco di Reggio Emilia è passato al ministero delle Infrastrutture e il suo ruolo è stato ricoperto, appunto, da De Vincenti, ma sempre tra mille altri impegni che si scaricano ogni giorno su «l'uomo macchina» del governo Renzi. Continua ad essere un mistero il motivo per cui si nega la necessità di avere un ministro per il Mezzogiorno. Si è detto che se si affidasse ad uno specifico ministro la responsabilità per le politiche Sud, si deresponsabilizzerebbero gli altri ministeri. D'accordo, ma quando nessun ministero se ne occupa, come si può pensare che sia più efficace un sottosegretario (che ha tante altre cose da seguire) che un ministro appositamente delegato? Mah!

Veniamo adesso nel merito dei Patti sottoscritti. Nel Sud sta succedendo qualcosa di paradossale: tutti parlano male delle Regioni eppure solo ad esse si affida il compito di rilanciare l'economia meridionale. Allo stato attuale, se uno volesse leggere un documento del governo nazionale in cui si delinea la strategia per lo sviluppo del Sud, non lo trova da nessuna parte. Invece si trovano otto patti per il Sud già firmati e otto da firmare. Ciò lascia presupporre che la strategia per il Sud sia la somma dei patti sottoscritti e da sottoscrivere. Ma sedici programmi non fanno affatto una strategia, perché in economia si segue un'altra strada: si delineano prima a livello centrale le scelte fondamentali che si vogliono seguire per aggredire i nodi gordiani dell'arretratezza meridionale e poi le si declina attraverso programmi specifici a livello regionale e comunale. Nel Sud sta avvenendo il contrario, e ciò non va bene.

Il Mezzogiorno può riproporsi con qualche credibilità se si presenta spezzettato in otto (e più) distinte strategie di sviluppo? Non sono affatto un antiregionalista, ma è indubbio che il regionalismo ha dato un colpo decisivo alla perdita di credibilità del meridionalismo. Non tanto e non solo per le cattive performance delle regioni meridionali, ma per aver frammentato istituzionalmente in meno di 50anni quello che la storia aveva unito per diversi secoli. Indubbiamente, da quando si sono consolidate le Regioni il Sud conta di meno nella politica italiana. Non è forse venuto il momento di promuovere di più la interregionalità e la sovraregionalità.

Ecco, manca nei Patti per il Sud la strategia unitaria e nazionale per l'insieme del Mezzogiorno. Nei prossimi anni quali obiettivi il governo centrale pensa di dover perseguire per questa macroarea, con quali risorse, con quali strumenti, con quali impegni dei singoli ministeri, con quale apporto delle risorse ordinarie e non solo di quelle europee? Tutto ciò non c'è, e si torna invece a identificare la soluzione della questione meridionale con l'azione delle sue singole Regioni.

Questa impostazione è già fallita. Come si fa a dimenticarlo?

Altra questione delicata è il rapporto tra spesa ordinaria e spesa straordinaria. Com'è noto per raggiungere qualche risultato significativo in materia di riduzione del divario tra Nord e Sud ci sarebbe bisogno d una crescita significativa del Pil meridionale (superiore a quello del Centro-Nord) per un congruo numero di decenni. Solo se c'è una spesa pubblica aggiuntiva nel Sud è possibile porsi obiettivi ambiziosi.

Ma se gli interventi ordinari dello Stato si riducono, le risorse aggiuntive non sono tali ma solo sostitutive di quelle che si perdono. È ciò che è avvenuto negli ultimi decenni con i fondi europei. I Patti per il Sud in gran parte sono finanziati con i fondi dell'Unione europea e solo in minima parte con il fondo nazionale per lo sviluppo e la coesione (detto Fsc). Cioè, in pratica succede che si finanziano con i fondi comunitari infrastrutture che nel Centro-Nord vengono finanziate con i fondi ordinari dello Stato. È ciò che è già avvenuto con le Ferrovie: quel pochissimo che si è fatto nel Sud è stato finanziato con i fondi europei, mentre al Nord con le risorse ordinarie che lo Stato ha messo a disposizione di Fs.

Insomma, è la nazione italiana che deve affrontare la questione meridionale, non l'Unione europea, che può contribuirvi ma non risolverla. Non sono i fondi europei a fare la strategia, ma tutt'al più concorrono ad una strategia nazionale con alcune specifiche risorse. L'Europa non sostituisce ciò che non fa lo Stato nazionale. Vale la pena sempre ricordarlo.

*Saggista e politico italiano. Già sottosegretario al tesoro e alla programmazione nel Governo Prodi. Si è occupato a lungo di criminalità organizzata scrivendo numerosi saggi. Ultimo libro pubblicato. Storia dell'Italia mafiosa, Rubettibo 2015. Insegna all'Università Benincasa di Napoli Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d'Italia. Editorialista del Mattino dove questo articolo è apparso il 4 agosto 2016.