Un solo partito in Italia, tra quelli che nell’immediato dopoguerra parteciparono all’Assemblea Costituente- dove già risultava presente con il 18,93% dei seggi-è risultato costantemente presente nel panorama politico italiano, con percentuali tanto elevate – oscillanti tra il 20% e il 35% - come il già PCI, poi PDS, poi DS e infine PD.La sola forza politica che, con maggiori percentuali di consenso, ha dominato la scena nel periodo della guerra fredda e fino all’esperienza di “mani pulite” è stata la DC poi, in parte, confluita nel PD e, in parte, in Forza Italia o dispersa in formazioni politiche non rilevanti.
Il momento di maggior consenso si era registrato nella tornata elettorale del 1976 allorquando alla Camera il numero dei seggi assegnati al PCI superò la quota del 36%.
Un momento di importante flessione – meno del 17% dei seggi alla Camera e poco più del 20% al Senato, si è registrato invece in occasione della XI legislatura. Quella di minor durata, inauguratasi nella primavera del 1992, della storia della Repubblica Italiana,nonché l'ultima della cosiddetta Prima Repubblica.
L’importante flessione ha coinciso con la scissione di Rimini del 1991 iniziata da Occhetto con il congresso della Bolognina e portata a termine dal segretario con il XX Congresso con la contestazione dell’ala sinistra del partito che si raggruppa nel Movimento per la Rifondazione Comunista poi divenuto Partito della Rifondazione Comunista.
Più in generale, può dirsi che la tendenza alla scissione costituisce un male storico della sinistra italiana avviato fin dal 1921 con la scissione più famosa di Livorno, riproposta nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini -invano contrastata da Sandro Pertini- tra i socialisti del Fronte Popolare e gli atlantisti di Saragat, proseguita poi con la scissione nel Sindacato del 1948 dopo lo scioperale generale che seguì l’attentato a Togliatti che vide, in successione, l’uscita dalla CGIL dei cattolici, dei repubblicani e dei socialdemocratici.
E ancora, tra le più significative, possono essere ricordate la scissione PSI – PSIUP del 1964 e quella tra Rifondatori Comunisti e Comunisti Unitari del 1995.
Sempre però è accaduto che le scissioni siano state vissute con grande phatos sia dai protagonisti principali che dal popolo di elettori e/o simpatizzanti, e tutto è accaduto con una grande voglia di schierarsi da una parte o dall’altra degli scissionisti. Mai il popolo della sinistra si è ricollocato altrove.
Forse perché c’era un popolo della sinistra guidato da vertici carismatici che, seguendo il disegno egemonico Gramsciano, proseguito poi da Togliatti, ricercavano la conquista del consenso politico e sociale attraverso la conquista culturale della società. Ma anche un popolo che nel dopoguerra e negli anni della ricostruzione e dello sviluppo galoppante si è visto rappresentare nel mondo del lavoro da uomini come Di Vittorio o Lama, e nel mondo della politica da uomini come Foa, Nenni, Lombardi, Berlinguer.
La crisi economica determinatasi a partire dagli anni ’90, aggravatasi nell’ultimo decennio ha via via intaccato il patrimonio di diritti dei lavoratori conquistato con anni lotte e rivendicazioni che avevano consentito di raggiungere nel 1970 l’obiettivo di una delle principali normative in tema di diritto del lavoro quale lo Statuto dei Lavoratori.
L’ultimissima stagione della politica con la cancellazione di un articolo cardine, a livello simbolico, dei diritti riconosciuti ai lavoratori con l’art. 18 dello statuto, ha segnato forse definitivamente il distacco tra il popolo della sinistra e coloro che in politica avrebbero dovuto rappresentarli.
Se questo fosse ineluttabile non so dire.
Quel che io penso è che un popolo può sentirsi rappresentato solo quando può far riferimento a un quadro di valori che sostanzi i comportamenti e le azioni di chi lo rappresenta, il quale in quei valori trova le proprie ragioni comportamentali.
Non credo che stiamo vivendo questa stagione di rappresentanza politica, e non voglio nemmeno soffermarmi sugli avvenimenti di questi giorni in quanto la scissione del PD è già, purtroppo, avvenuta e quel che sta accadendo è una battaglia di retroguardia che vede i principali, spesso modesti, protagonisti impegnati in una lotta per la primazia del potere sganciato da ogni riferimento a valori condivisi con quello che fu il popolo della sinistra.
Valori neanche ridisegnati alla luce di una presunta modernità del tempo che viviamo in cui insorgono nel mondo diversificate idee di libertà che non è facile conciliare e producono esiti infausti di incomunicabilità tra gli individui che ripropongono scontri tra civiltà che pensavamo superati.
Su questi temi, come su quelli di una povertà che comincia a interessare quella che fu la classe media, e sulla riapparizione di condizioni lavorative ricattatorie, nella piattaforma di discussione di quelli che sono gli eredi del vecchio PCI non si vede traccia significativa.
Che si scindano allora gli attuali contendenti, ma non pretendano di voler assegnare alla scissione in corso la dignità di quelle avvenute in passato.
*ingegnere