Parliamoci chiaro. Siamo finiti sU tutti i giornali nazionali per avere giustiziato un torello di pochi mesi in piena città con 7 colpi di pistola. Era un toro calabrese e, quindi, non meritava pietà. Fosse successo in Emilia o in Toscana o in Umbria l’avrebbero imbracato, legato, messo al laccio. Ma da noi no. Il cornuto non meritava pietà. 7 colpi di pistola ne hanno segnato la fine come fosse un boss mafioso. A proposito, “bos” in latino vuol dire bue ed il povero torello non è sopravvissuto alla spietata legge reggina. Si sa da noi non si fanno prigionieri: uomini o bestie non importa. Chi vigila non usa mezze misure. Scappi, incorni, ti imbizzarrisci? Peggio per te.
Un torello che scappa tra le strade reggine piene di carabinieri, soldati, poliziotti, in una città in stadio d’assedio rischia d’apparire l’emblema della libertà, di un pizzico di sfrenata anarchia, un inno alla ribellione. Insopportabile.
Come tutti i martiri della libertà anche “Zi Turi“ meriterebbe una targa o una stele. È dai tempi di Reggio Capoluogo che non si vedeva qualcuno in un impeto di ribellione sparato dalla polizia.
Oggi, come dire, ci sentiamo tutti un po’ cornuti.