La Procura di Reggio e l’approfondimento delle indagini sull’omicidio Fortugno

La Procura di Reggio e l’approfondimento delle indagini sull’omicidio Fortugno
franco fortugno Il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, intervenendo a Locri a un incontro con gli studenti su sport e legalità ha rivelato che sulla esecuzione di Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio reginale della Calabria, si sta ancora indagando: «gli esecutori materiali sono stati condannati all'ergastolo. Sui mandanti invece ci sono ancora indagini che stiamo svolgendo».

Potrebbe andar bene così se non fossero passati undici anni dalla morte di Fortugno e se questo non fosse l’ennesimo delitto politico avvenuto in Calabria e di cui ignoriamo il nome dei mandanti.

L’elenco delle vittime politiche in Calabria è molto lungo e va dal mugnaio comunista Rocco Gatto a Francesco Fortugno passando per un delitto eccellente come quello di Vico Ligato già presidente di “Ferrovie Italiane”.

Una prima domanda da porsi sarebbe perché in Calabria gli autori di tutti i delitti “politici “ sono rimasti sempre senza nome. Eppure questa è la terra dove si fa più uso della carcerazione preventiva, una forma di tortura che evidentemente è barbarica ma inefficace.

Se ho ben capito le parole del procuratore Cafiero De Raho adesso però abbiamo una novità: Alessandro Marcianò che sta scontando l’ergastolo in Sardegna come mandante del delitto non è tale.

Potrebbe essere manovalanza criminale ma non il mandante.

Allora qualche domanda è d’obbligo: Marcianò non è uomo di ndrangheta. Prima del delitto era una persona incensurata e rispettata nel suo ambiente.

Se lui fosse il mandante, il delitto Fortugno non sarebbe un delitto di mafia ma solo un assurdo omicidio ideato e perpetrato da un gruppo di balordi di paese .

La “cupola” non c’entrerebbe nulla ed il vice presidente del consiglio regionale non sarebbe una vittima di mafia!

Difficile credere che in una zona dove non si ruba una macchina senza chiedere il permesso ,un gruppo di criminali avrebbero avuto l’ardire di uccidere un uomo delle istituzioni senza chiedere il nulla osta alle gerarchie mafiose.

C’è però qualcosa che non torna. Alessandro Marcianò sta scontando l’ergastolo insieme al figlio che, a sua volta, è padre di due ragazzi ancora in tenera età.

E’ possibile che un padre , non mafioso di professione, possa assistere passivamente alla lenta agonia del figlio restando in silenzio per coprire qualcuno?

Ed è possibile che il figlio resti muto nonostante la sua tragedia personale che si unisce a quella di un’intera famiglia?

Certo, è possibile!

E’ possibile che siano stati loro a compiere il delitto in perfetta autonomia. Molto più probabile che dietro gli autori materiali del delitto vi sia un livello di innominabili che paralizza la lingua.

Persone mai sfiorate dalle indagini e che vivono in assoluta libertà!

Direi che non necessariamente costoro devono essere mafiosi.

I Marcianò hanno sempre testardamente negato ogni coinvolgimento nel delitto ma se come sembra, dietro la decisione di uccidere Fortugno si nascondono degli intoccabili, converrete con me che non sarebbe facile mantenere un segreto dopo dieci anni passati in prigione con la prospettiva di passare tutta la vita dentro una cella.

Mi viene in mente il film tratto da una storia vera “In nome del Padre” che narra di due presunti terroristi- padre e figlio- entrambi condannati all’ergastolo per strage.

Neanche loro hanno parlato ma perché non sapevano. Perché erano innocenti. Perché la polizia inglese aveva voluto chiudere il caso in fretta per tacitare l’opinione pubblica.

Ma questa è un’altra storia…

Dalle parole del Procuratore di Reggio emerge che dopo undici anni , noi non sappiamo chi ha condannato a morte di Fortugno. Non siamo magistrati e non ci atteggiamo ad esperti in indagini. Comunque la dichiarazione di Cafiero De Raho ci conferma ciò che abbiamo detto sino alla noia in questi dieci anni: sul caso Fortugno, giustizia non è stata fatta.

Nessuno sa perché Fortugno, una persona mite e lontano da ogni forma di criminalità e di violenza, sia stato ucciso. Egli è stato sicuramente un uomo perbene ma che nessuno ha mai percepito come particolarmente impegnato contro la mafia.

Prendo atto che il livello che ha deciso la morte di Fortugno non è quello dei Marcianò.

Sappiamo tutti che le indagini sono state guidate per mano dal pentito Novella, unico mafioso con tanto di griffe operante in quello che sarebbe stato il gruppo di fuoco.

Sappiamo tutti che nelle indagini vi sono inspiegabili zone d’ombra come il presunto suicidio di Piccolo, l’esecuzione di un giovane giocatore di calcio a cui qualcuno misteriosamente aveva sparato alla serranda del negozio.

Tasselli di un inquietante mosaico.

Una cosa però appare certa: Fortugno è stato ucciso per mandare un messaggio a qualcuno.

E’ questo il pensiero del presidente Agazio Loiero, già governatore della Calabria ed, a sua volta, vittima di credibili minacce di morte nei giorni precedenti l’omicidio Fortugno.

E’ questa la tesi di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica che nelle segrete cose si muoveva da perfetto maestro.

E’ Stata questa l’idea dei vertici della polizia, almeno all’epoca dei fatti.

L’enigma da risolvere è chi voleva mandare un messaggio e perché e, soprattutto, a chi era diretto.

In Calabria quasi l’intero bilancio regionale è impegnato sulla sanità.

Una pessima sanità che arricchisce i ceti parassitari a scapito degli ammalati.

L’Azienda Sanitaria di Locri, secondo la relazione della dottoressa Basilone, oggi prefetto di Roma, era stata occupata militarmente da ndrangheta , malapolitica, e dipendenti corrotti. Eppure , ed è molto strano, non è stata mai sfiorata da indagini sebbene procura della Repubblica e direzione USL fossero quasi dirimpettaie .

Da ciò nasce l’unica certezza.

Fortugno è morto ma non è cambiato nulla né in Calabria né a Locri… se non in peggio.

La sanità calabrese continua ad essere una prateria per scorribande di poteri occulti. Chi ha ucciso Fortugno ha raggiunto il proprio scopo , bloccando sul nascere ogni istanza di rinnovamento.

Il messaggio di morte è arrivato a destinazione.

Ogni anno si ricorda il sacrificio di una vittima innocente ma il modo migliore per ricordare degnamente Francesco Fortugno sarebbe stato quello di dimostrare che Egli non è morto invano.

Invece tutto continua ad essere deciso da poche persone senza nome- qualcuna esterna alla Regione- e tutta la ricchezza scorre in poche mani.

Le fanfare ed i discorsi non rendono giustizia alla possibile vittima di un potere occulto.

Non sono complottista e non credo al grande vecchio.

Ma proprio il delitto Fortugno lascia intravedere un livello di intoccabili che non è assolutamente quello dei Marcianò.

Fortugno con questo mondo tenebroso non c’entrava assolutamente nulla! Sicuramente non aveva cercato “protezioni” e- forse- proprio per questo potrebbe essere stato scelto come vittima sacrificale.

Se sapessi usare una prosa pasoliniana direi che di quanto ho detto leggo mille segni e tutti chiari ma non ho prove tali da poter tratteggiare con nomi e con i fatti il volto di un potere che in Calabria continua ad opprimere un popolo nell’interesse di pochi “associati” in una cupola che va ben oltre la ndrangheta.

Il delitto Fortugno potrebbe anche essere mafioso negli esecutori ma non lo è nei mandanti.

Il messaggio, scritto col sangue di un innocente, sicuramente ha fatto “centro” facendo precipitare la Calabria ancora più giù in una lunga notte medioevale di cui non si scorge l’alba.