«Il fatto non sussiste». È un macigno quello messo dal gup di Catanzaro Pietro Scuderi sull’indagine che ha coinvolto il procuratore generale della corte d’appello di Roma, Francesco Mollace, accusato di aver favorito il clan Lo Giudice quando era in servizio a Reggio. Per lui il pm Domenico Guarascio aveva chiesto una condanna ad un anno e sei mesi di carcere in abbreviato, ritenendolo colpevole aver omesso di svolgere indagini tese a verificare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Lo Giudice e Paolo Iannò e per non aver riaperto le indagini sull'omicidio della moglie del boss Pietro Lo Giudice, Angela Costantino, nonostante i nuovi elementi emersi dalle dichiarazioni dei due pentiti. Favori che sarebbero stati concessi in cambio della «dazione gratuita dei servizi di manutenzione e rimessaggio» di una barca ormeggiata nel cantiere gestito da Antonino Spanò, considerato dal pm Beatrice Ronchi – principale accusatrice di Mollace - prestanome dei Lo Giudice ma assolto anche lui nei giorni scorsi con formula piena.
Mollace la sua verità l’aveva già raccontata in un memoriale depositato lo scorso 8 luglio. E in aula, poco prima della pronuncia della sua assoluzione, ha parlato per circa un’ora, a porte chiuse, aggiungendo altri particolari di «un’indagine che non doveva nemmeno nascere», spiega. Per ora i commenti sono pochi, coperti dal dovuto riserbo «perché rispetto il lavoro dei giudici di Catanzaro», sottolinea. Ma la sentenza, aggiunge, certifica la sua «estraneità» al caso Lo Giudice. Per quanto detto oggi in aula «ho preteso la secretazione» ma ha comunque ribadito che «a mio danno sono state ordite macchinazioni indicibili, falsi palesi relativi ai miei trasferimenti da un ufficio all’altro e sono persino stato collocato a Reggio Calabria mentre ero ufficialmente nella capitale per motivi istituzionali». Insomma, «fatti inesistenti», ha ribadito in aula e per i quali «nei mesi a seguire aspetteremo gli sviluppi», aggiunge il magistrato. Che difende la squadra diretta allora da Salvatore Boemi, composta, oltre che da Mollace, anche da Pennisi, Verzera, Cisterna e Gratteri. Una squadra, sottolinea ancora il pg, che «ha condotto battaglie giudiziare con onore e con le armi della legalità, non con imbrogli e falsità».
L’inchiesta nasce alla fine della collaborazione di Nino Lo Giudice, iniziata ad ottobre del 2010 e terminata a giugno di tre anni dopo con la fuga dalla località protetta, in seguito alla quale ritirò ogni accusa. Era stato proprio il pentito a parlare di lui, lo “zio Ciccio”, come uno dei colletti bianchi vicini al clan, assieme al magistrato Alberto Cisterna. Luciano Lo Giudice, fratello del pentito, spiega Mollace nel suo memoriale, si avvicinò al magistrato soltanto nel 2004, poco dopo l’arresto di Orazio De Stefano, «solo per questioni che non potevano destare alcun allarme: le condizioni di vita del fratello collaboratore di giustizia e la disponibilità a rendere dichiarazioni confidenziali». Fino a quel momento, del quale Mollace riferì a Boemi, dunque, non ci sarebbe stato nessun contatto con Luciano, fino a quel momento incensurato.
«Non esiste altro al di fuori di ciò, né l’accusa ha neppure azzardato ulteriori contatti o incontri e men che meno frequentazioni diverse da queste: un perimetro di contatti incompatibile, di per sé, con l’ipotesi corruttiva», si legge ancora nel memoriale. Nessun elemento, aveva dunque sottolineato Mollace, avrebbe potuto intaccare «la forma e la sostanza dei contatti intercorsi con il Lo Giudice il quale, in questo teorema, per un verso sarebbe un mafioso-piccolo imprenditore e, per altro, il soggetto che si curava del fratello collaboratore di giustizia e si rendeva disponibile ad una pericolosa iniziativa di confidenza per far catturare latitanti di ‘ndrangheta», come il super boss Pasquale Condello, il “Supremo”, ammanettato il 18 febbraio 2008. L’accusa, affermava Mollace, «non dispone di alcun documento, di alcuna dichiarazione o ricostruzione di polizia che possa anche solo indiziariamente supportare l’illazione in ordine alla detta provenienza delle “utilità”, di fatto, inesistenti, dal Lo Giudice».
Altra questione delicata quella relativa all’omicidio di Angela Costantino, moglie del boss Pietro Lo Giudice, sulla cui morte erano emersi nuovi elementi a seguito delle dichiarazioni dell’ex cognato Maurizio, divenuto collaboratore proprio con Mollace. «Fu proprio il sottoscritto ad indurlo pazientemente a riferire quanto egli sapeva su quella oscura vicenda», spiega Mollace, che dopo quelle dichiarazioni procedette al sequestro cartelle cliniche della Costantino, disponendo interrogatori, sopralluoghi per trovare il cadavere, acquisizione di documenti e altro. Ma le indagini si chiusero con un nulla di fatto. «All’esito di questa attività i carabinieri depositarono in data 3 ottobre 2000 un’informativa di reato datata 18 settembre 2000 - spiega ancora -. Di questa, decisiva informativa e del suo seguito (del mese di ottobre 2000) sarebbe stato certo importante tener conto prima di depositare una richiesta di rinvio a giudizio».
Il magistrato precisa poi che anche la collaborazione di Iannò «è dovuta alle attività del dottor Mollace che, prima, ebbe a coordinare le attività per la ricerca e la cattura dello Iannò (all’epoca latitante) e, poi, ne raccolse le dichiarazioni dal 28 agosto 2002, dopo che costui comunicò alla Casa circondariale di detenzione che intendeva collaborare solo con quel magistrato», al quale riferì quanto aveva appreso de relato circa la scomparsa di Angela Costantino. «L’unico “addebito” che si può muovere al magistrato – afferma infine - è quello di avere continuato ad indagare sia sulla cosca Lo Giudice sia in ordine alla scomparsa della Costantino a seguito delle dichiarazioni di Iannò Paolo sino alla cessazione della titolarità dei procedimenti».