A Gioia Tauro è accaduto quel che prima o poi doveva accadere: a scuola l’intonaco del soffitto è precipitato in testa agli studenti. Tre guariranno in dieci giorni, uno in sette. A uno di loro, colpito in testa, è stato diagnosticato un trauma cranico. Insomma, l’equivalente di un incidente automobilistico di media gravità. Poteva anche andare peggio. Scappati gli animali è stata subito chiusa la stalla. Il dirigente della scuola l’ha chiusa (e avremmo voluto vedere non lo facesse!) La procura ha aperto un’inchiesta sequestrando l’aula e quella che gli sta sopra. Ai carabinieri sono state affidate indagini per “accertare eventuali responsabilità”, come fosse possibile ipotizzare che possano non essercene. A scuola cade in testa il soffitto ai nostri figli e nessuno c’entra qualcosa?
Certo, le responsabilità (quelle vere) vanno molto oltre il quadro che emerge dalle prime notizia diffuse. Intanto, sullo sfondo c’è una responsabilità antica, antichissima, che riguarda tutti noi e la considerazione in cui la società calabrese ha tenuto e continua a tenere ancora oggi la scuola. Gli storici hanno molto insistito sul punto per spiegare la nostra arretratezza, anche quella attuale: alle classi dirigenti meridionali e calabresi le scuole non sono andate giù fin dall’inizio.
I grandi proprietari terrieri (in grande maggioranza ignoranti e analfabeti), titolari del dominio su grandi masse, avevano (giustamente) paura che potesse “guastare la testa” ai giovani incrinando un consolidato rapporto di subalternità. Ai Borboni non se ne occuparono mai. Eppure ci andarono bene fino al Sessanta dell’Ottocento, quando la lotta all’analfabetismo in alte parti d’Europa era già molto avanti. L’Italia unità, s’infilò sulla scia borbonica, affidando l’istituzione della scuola ai Comuni che, dominati com’erano dai grandi proprietari, di guardarono bene dal creala. Al massimo la utilizzarono per dare lo stipendio a qualche cliente o famiglio semianalfabeta o analfabeta del tutto. Non era certo che il maestro sapesse fare la sua firma.
C’è una foto bellissima e terribile di Petrelli, scattata ad Africo nel 1948, che racconta meglio di qualsiasi saggio quello che fu il rapporto vero tra classi dirigenti e scuola in Calabria. L’immagine racconta un tugurio (in pieno inverno, con dentro sei bambine scalze coi piedi quasi ficcati dentro i bracieri portati da casa e le coperte addosso, intrappolate in due o forse tre metri quadrati. Insomma, lo stanzino della tortura.
Le cose sono cambiate e non sono più neanche paragonabili. Ma la maledizione antica per cui la scuola non è poi così importante, continua a perseguitarci, come se nel Dna della società calabrese fosse rimasta traccia di quel convincimento. Siamo la regione in testa all’evasione scolastica (ogni tanto i carabinieri danno conto delle denunce fatte contro genitori che non mandano i figli a scuola). Non si capisce bene, in una regione ad altissimo rischio sismico, quante siano le scuole che offrono ragionevoli garanzie per i ragazzi. Siamo ultimi nella scuola materna, affidata ai Comuni come un tempo le elementari, nonostante si sia scoperto che i bambini che non le frequentano si trascinano nell’intera carriera scolastica una minore capacità di comprensione.
Perché mai, quindi, sorprenderci se a Gioia Tauro cadono in testa agli studenti i calcinacci? La sensazione è che i poteri pubblici per la scuola fanno quel che possono senza sbracciarsi, senza impegno, senza passione. Come per molte altre cose.
Ma soprattutto i calcinacci di Gioia ci avvertono che se non si ricostruisce un progetto per il futuro della Calabria, imperniato sulla sua modernizzazione - trasporti, scuole, ospedali, infrastrutture – (le vecchie cose che abbiamo avuto e pure ci sono servite per risolvere strutturalmente alcuni problemi) e se non riusciremo nel contempo a dar vita a un meccanismo di controlli, responsabilità e punizioni (per le burocrazie inadempienti e contenere la corruzione) la Calabria diventerà pian piano una grande aggregazione fatiscente.
Ecco perché il crollo nell’aula della media Campanella sembra raccontarci, se non si fa subito qualcosa, la favola del nostro futuro.
*foto tratta dal reportage fotografico su Africo di Tino Petrelli (1948).