E chi lo avrebbe mai detto: in questa Repubblica che ha le due più alte cariche che sono un familiare di vittima di mafia e un ex magistrato antimafia, doveva arrivare Anna Rita Leonardi ad imporre all’attenzione generale, consapevole o meno, la riproposizione dei limiti dell’azione statale rispetto all’infiltrazione mafiosa nei Comuni. È certo che non vada riaperta la questione delle reali motivazioni che hanno agitato il percorso della passionaria reggina incoronata da Renzi e detronizzata non si sa bene da chi; ma è indubitabile che il nuovo incaglio contro cui è andata a sbattere la Commissione parlamentare antimafia – che formalmente non ha trovato candidati “impresentabili” a Platì, ma in sostanza ha detto che in quel paese tutti lo sarebbero – riacutizza la ferita della “democrazia enunciata” che sanguina in tutte le regioni considerate ad alto tasso mafioso. Si scioglie un consiglio comunale, bene; si affida l’ente ai Commissari, benissimo; si torna al voto e si scopre che nulla è cambiato visto che serve un nuovo scioglimento, ancora bene: ma nella variante ultima della Commissione Bindi si va oltre nella sagra dell’ipocrisia delle “armi spuntate”, affermando che se anche per la legge è tutto apposto, le parentele e i gradi di cointeressenza di candidati e sostenitori di una lista sono la premessa certa di una infiltrazione, ovvero di una sospensione traumatica della democrazia e di un futuro scioglimento.
E siccome in Calabria la patologia dei commissariamenti plurimi è diventata radicata – anche se Legautonomia ha smesso di conteggiare gli enti già al terzo scioglimento, rimaniamo pur sempre la regione in cui uno stesso sindaco è stato “sciolto” due volte – partiti e istituzioni regionali dovrebbero evitare di derubricare il tema della “democrazia possibile in terra di mafia”, senza cioè attendere per riproporlo con esiti infruttuosi il prossimo giro della giostra mediatica che, come al solito, lascia a terra solo le comunità.
La svolta che hanno inferto al dibattito i commenti di Rosy Bindi e Claudio Fava - la prima ha attaccato il Pd perché non è in campo a Platì favorendo una certa friabilità delle civiche, l’altro ha stigmatizzato perfino i rapporti di amicizia con mafiosi dei sottoscrittori delle liste - vanno nella direzione isterica cui l’antimafia politica ci ha abituati: ci si accorge “di colpo” d’un problema storico, ma nella volontà di affrontarlo o di rimuoverlo ci si lascia andare agli impulsi.
Per accorgersi di questo limite basta mettere a confronto le parole di buon senso che si possono leggere nella Relazione sugli “impresentabili” con quelle, invece, durissime che i due vertici della Commissione hanno affidato agli organi di stampa. Una sorta di schizofrenia, tra ciò che si deve scrivere e ciò che si può dire, che colpevolizza prima della colpa, non cura ma peggiora il male.
<<Non può invece essere divulgato quanto esula da tale cornice – è scritto nella parte dedicata a Platì del documento approvato all’unanimità -, come le informazioni di polizia giudiziaria, anche relative a parentele o frequentazioni con esponenti della criminalità organizzata… in alcuni casi tali informazioni si sono rivelate utili per comprendere legami personali e familiari; resta comunque fermo che tali circostanze non incidono in alcun modo sul doveroso rispetto dei fondamentali diritti dell’individuo, come l’elettorato passivo e l’onorabilità, o anche la privacy…>>.
Dunque, una cautela formale e sostanziale che poi, però, le dure dichiarazioni a margine del vicepresidente Fava smentiscono. E se nel caso dell’analisi al “problema delle parentele” si può parlare del solito approccio storico-antropologico, che diverse sentenze che riabilitano consigli sciolti consiglierebbero di rimuovere, è sulla parte dedicata all’inedita critica alle liste civiche che emerge fino in fondo il grosso limite dei contenuti trattati in questo caso dall’organismo d’inchiesta.
<<Anzitutto – leggiamo nella parte generale della Relazione che si sofferma sul gruppo di pochi enti vivisezionati - si rileva che la maggior parte delle liste presentate nei tredici comuni sono “liste civiche” …. Questo fenomeno genera forme di mimetismo e di trasformismo politico locale che rischiano di essere veicoli di più gravi forme di malaffare e di infiltrazioni criminale negli enti locali>>.
Se qui, su questa seconda prova di “isterismo politico”, è chiaro come possa trasparire anche la delusione di non aver trovato il grosso nome tra gli “impresentabili” - a differenza dell’ultima tornata elettorale amministrativa con il “caso De Luca” - appare oltremodo sconfortante la disintegrazione to court del civismo e sembra molto poco azzeccato l’assioma che si vorrebbe propalare: più partiti meno rischi. Approccio logico che diventa ancora più ardito nei piccoli centri come Platì, dove storicamente e per ragioni politiche si ricorre a piene mani alle liste civiche, non certo per mimetizzare la ‘ndrangheta. È un vero peccato che per la foga di giustificare l’inchiesta agli occhi dell’opinione pubblica, dunque cercando in Platì il nome che fa audience e nella Leonardi l’occasione di una polemica partitica, si sia persa un’altra occasione per valorizzare un lavoro comunque utile – sul tema dei temi: come si prevengono le infiltrazioni mafiose? – che la Commissione si sforza di fare. Quando nella relazione si scrive, ad esempio, che <<occorre ancora ribadire l’esigenza che gli uffici elettorali siano, per il futuro, messi permanentemente in condizione di controllare in modo tempestivo e adeguato le situazioni giuridiche dei candidati, la regolarità sostanziale delle liste e dei loro sottoscrittori>>, oppure ancora quando l’organismo ritiene che <<occorre poi definire e rafforzare le misure che lo Stato, e per il suo tramite più in generale la comunità nazionale, deve adottare in quelle situazioni, come Platì o San Luca, dove le comunità locali non sono in grado da sole di risollevarsi o soltanto di avviare in forme democratiche una bonifica degli organi elettivi e degli uffici>>.
Moniti severi ed utili che, però, una Commissione vittima delle contraddizioni dell’antimafia politica italiana - mai come in questa fase acute, visto che si dichiarano “impresentabili” i candidati che già sono in lista – non sa far salire in cima all’agenda del dibattito sulla nuova legislazione che occorre. E Anna Rita Leonardi in questo caso non c’entra.