UNO. Io non credo che il capitale di credibilità e autorevolezza del Procuratore della Repubblica di Reggio, del suo ufficio e dell’insieme delle forze dell’ordine, sia rappresentato dai circa 200 cittadini (cito dall’Ansa) che si sono dati appuntamento in Piazza Italia lunedì scorso. Sono sicuro che non è così. Anzi, potrei testimoniarlo sulla base delle persone che direttamente conosco o di cui ho conoscenza. La Procura, e il mondo che le gira intorno, usufruisce di attenzione e rispetto. C’è la consapevolezza, in ampi strati della città, delle difficoltà e delle contraddizioni che le forze del contrasto devono affrontare e dei problemi non ancora risolti in una città drammaticamente complicata. Non tutti sono entusiasti del lavoro della Procura (e non mi riferisco a quelli che non lo sono per ovvi motivi personali). Molti si chiedono perché ancora lo Stato non è riuscito a spuntarla contro la ndrangheta. Ma tutti sanno che a Reggio è tutto più difficile.
E’ sbagliato, ed è perfino pericoloso, confondere il fallimento di una manifestazione nata spontaneamente sui social e di cui quindi non c’è alcuna (apparente) paternità (nessuno segue il dibattito euroatlantico di queste settimane sulla pericolosità di un cattivo e spontaneo uso dei social?) con una presunta scarsa considerazione dei magistrati e del loro lavoro. Creare questo collegamento significa, al di là delle intenzioni, indebolire il lavoro delicatissimo dei giudici e, di contro, creare nei magistrati (rischiare di creare) convinzioni e prospettive sbagliate sulla città.
DUE. So benissimo che queste argomentazioni impongono una domanda: ma allora perché la manifestazione “Io sto con de Raho” è fallita? Perché la moltitudine reggina – “sonnolenta e indolente”, per usare la bella immagine di Alessia Candito - non s’è vista in piazza? Per trovare le risposte serve una discussione laica e serena: il contrario dell’apoditticità e dell’enfasi che circolano sui social e confondono anziché chiarire la situazione. A voler mettere insieme, in una prima approssimazione, alcuni punti, si può osservare:
a) che nella parte del mondo di cui facciamo parte (alla faccia della battuta secondo cui Reggio sarebbe l’unica città araba senza un vero e proprio quartiere interamente europeo) non esiste una tradizione di manifestazioni di piazza a favore di magistrati e forze di polizia; molto viva invece in altre parti del mondo, quasi sempre per motivi preoccupanti. Ci sono stati momenti in cui l’opinione pubblica ha avvertito un attacco forte e pericoloso verso i tutori della giustizia e i cittadini, anche a Reggio, sono scattati a sua difesa. Per fortuna, non è più quel tempo. Certo, nessuna sottovalutazione è accettabile: bisogna garantire a tutti e senza eccezione alcuna di poter svolgere il proprio lavoro serenamente;
b) è decisamente ingenuo immaginare che la crisi profonda di credibilità del movimento antimafia, un fallimento nazionale, innescata soprattutto da inchieste della magistratura che hanno portato alla luce ruberie e profitti in più posti d’Italia, non consigli prudenza ai cittadini e non provochi uno scetticismo diffuso. Il fallimento di lunedì pomeriggio, piaccia o no, sconta anche la fine di un’epoca in cui bastava agitare una bandiera, quale che fosse, per tirarsi dietro le mitiche masse popolari. E non c’entra niente con la Procura e/o le indagini di queste settimane;
c) è difficile tradurre in termini di sostegno popolare, che è sempre un’attività eminentemente “politica” e che implica un giudizio “politico”, indagini giudiziarie, soprattutto quando sono complesse e complicate come quelle definite in migliaia e migliaia di pagine che, tranne pochissimi, nessuno ha letto e che dovrebbero essere fatte proprie sulla base di un atto di fede e non di valutazione critica;
d) Reggio attraversa una fase difficilissima a cui è arrivata stremata. A me pare non si tenga conto di questo. La città ha alle spalle un percorso lungo e drammatico ed ha la sensazione, anche rispetto alla raffica di indagini della Procura, di dover ripensare, verificare e ricostruire i punti fondamentali e gli snodi reali della sua storia. Non sarà facile. Ci vorrà tempo e sarà faticoso trovare nuovi punti di partenza e nuove ragioni per avvertirsi comunità, condizione per qualsiasi riscatto. Al momento nessuno sa quale sarà l’approdo di questo lavorio. Per questo solo un grave errore di valutazione può aver creato in alcuni (circa 200 per l’Ansa) l’illusione che utilizzando un po’ d’immagini e un po’ di enfasi si sarebbe registrato lo sventolio di migliaia di bandiere in marcia, tra l’altro non si capisce bene verso dove e con quale obiettivo;
e) insomma, non è detto che sia fallita la manifestazione, può anche darsi che fosse sbagliata;
f) consola, in ogni caso, la saggezza dimostrata in questa circostanza dagli inquilini del Cedir che non si sono fatti coinvolgere e si sono ben guardati dal “mettere la faccia” in Piazza Italia.