
Una cosca potente e attuale, capace di penetrare nel tessuto economico, sociale e politico delle istituzioni nonché di intessere rapporti illeciti con altre organizzazioni, allungando i propri tentacoli anche oltreoceano. Il giudice Antonino Laganà non ha dubbi sulla forza della cosca Commisso, attorno alla quale ruotano i personaggi coinvolti nell’operazione “Bacinella”, che ha portato a condanne per le dieci persone che hanno scelto il rito abbreviato. Lo scorso gennaio il gup ha inflitto la pensa più dura a Domenico Infusini, considerato fulcro del sistema di usura gestito dal “trio” che comanda a Donisi, che ha rimediato 12 anni di reclusione e 30 mila euro di multa, ritenuto responsabile di associazione mafiosa, estorsione, esercizio abusivo del credito aggravato agevolazione mafiosa e usura, tutti reati aggravati dall’aver agevolato la ‘ndrangheta.
Quattro anni e 8 mesi sono stati invece inflitti a Riccardo Rumbo, alias “Franco”, considerato al vertice della cosca satellite del clan Commisso. Condannato a 5 anni e 8 mesi anche il figlio Santo, assolto però dal reato di associazione mafiosa. Condannati anche Francesco Prochilo a 3 anni e 5 mila euro di multa, Cosimo Vincenzo Albanese e Vincenzo Figliomeni a 3 anni, 4 mesi e 8 mila euro di multa per il reato esercizio abusivo del credito aggravato agevolazione mafiosa. Figliomeni però, è stato assolto dal reato di usura.
È di 4 anni, 6 mesi e 8 mila euro di multa la condanna rimediata da Isidoro Marando, ritenuto responsabile di esercizio abusivo e usura aggravata ma al quale sono state concesse le attenuanti generiche. Massimiliano Minnella e Daria Piscioneri, infine, sono stati condannati a 1 anno e 4 mesi di detenzione per il reato di favoreggiamento, con l’esclusione dell’aggravante dell’aver agevolato la ‘‘ndrangheta. Ammonta a 7 anni la condanna inflitta a Davide Gattuso, ritenuto colpevole di esercizio abusivo del credito e usura aggravata e della tentata violenza privata ai danni di Teresa Figliomeni. Massimiliano Minnella e Daria Piscioneri, infine, sono stati condannati a 1 anno e 4 mesi di detenzione per il reato di favoreggiamento, con l’esclusione dell’aggravante dell’aver agevolato la ‘‘ndrangheta.
Nelle quasi mille pagine che motivano la sentenza e con le quali viene sposata la tesi del sostituto procuratore della Dda reggina Antonio De Bernardo emerge il radicamento territoriale e anche il forte riconoscimento interno, “costituito dall’assoluta consapevolezza degli uomini di essere degli uomini d’onore”, uomini la cui forza viene riconosciuta da “tutte le altre associazioni reggine e in particolare dai capi delle altre cosche che non esitano a siglare alleanze strutturali in funzione di consolidamento di rapporti preesistenti di amicizia e rispetto tra le medesime”.
Insomma, la cosca Commisso è composta a uomini che contano, uomini che anche le altre ‘ndrine riconoscono come potenti e da rispettare. Uomini che controllano tutto in maniera “sistematica”, dagli appalti pubblici alle imprese private, infiltrando uomini e imprese a tutti i livelli e in tutti i settori nevralgici del territorio. “Non vi è zona o ambito territoriale di competenza che non sia rigidamente sottoposto a controllo e vigilanza” da parte della cosca, sostiene il giudice, una cosca che, “con autentiche condotte paramilitari e alternative in tutto allo Stato, ha la pretesa di ingerirsi nella vita sociale e privata di ogni cittadino di Siderno”.
La “bacinella” – ovvero il contenitore all’interno del quale vengono fatti confluire i proventi delle attività del clan e che rappresenta l’attività di usura ed esercizio abusivo del credito - è diretta, gestita e finanziata dai sodali della cosca Commisso ed in particolare dal trio Franco Rumbo, Antonio Galea e Cosimo Figliomeni, alias “il brigante”, al vertice della ‘ndrina di Donisi, operante e tutt’uno nell’ambito della cosca Commisso. Un trio che, scrive ancora il gup, dirige e ha il controllo assoluto dell’esercizio abusivo del credito e dell’usura a Siderno, la cui concreta gestione è affidata a Domenico Infusini, che “agisce per nome e per conto” della cosca. È lui a gestire la cassa comune di finanziamento, frutto di proventi illeciti della cosca,ed è lui che ha il compito di investire il denaro comune nelle attività d’usura, distribuendo il ricavato a favore dei sodali di spicco.
È gestita in modo “aperto e pubblico” da parte di tutti i consociati bisognosi di denaro, con la pratica di un interesse pari circa al 10% mensile. Un tasso assolutamente esorbitante, commenta il giudice, gestito con un sistema sorretto da una precisa scala gerarchica di ruoli, che vede al vertice il trio associativo, che si interfaccia con il centro operativo, ruolo assunto da Infusini, che per svolgere il suo lavoro si avvale di alcuni complici, ovvero Marando e Figliomeni, in origine solo debitori di prestiti concessi e poi divenuti corresponsabili del sistema, ricercando sempre nuovi clienti e attuando le direttive di Infusini. Il tutto corredato dalla violenza e dalle minacce, che contrassegnano sempre l’operato mafioso.
Quando i debitori vessati non riescono a saldare il dovuto, a causa dell’esosità degli interessi, “vengono brutalmente malmenati e percossi” da Infusini che, come detto, “risponde direttamente al vertice della ‘ndrina indicata, da cui assume consigli, disposizioni e ordini, oltre che il materiale denaro da investire”. Un sistema di finanziamento illegale in città che risulta totale appannaggio della cosca, che vede il trio impartire ordini e direttive a Infusini in relazione a come gestire la “bacinella”, e venire addirittura supplicato di intervenire per porre un freno alla violenza di Infusini, che picchia le sue vittime per farsi restituire il denaro. Un metodo che “il brigante” prova a mitigare, spiegando come non sia il caso di “sporcarsi le mani per poche migliaia di euro”.
Il fatto che le vittime si rivolgano al trio per chiedere mediazione è segno, per il giudice, di come siano Rumbo, Galea e Figliomeni gli effettivi “proprietari” di quell’attività che Infusini svolge con ferocia e precisione. Ma il trio, principalmente, finanzia la “bacinella”, e tra tutti particolarmente attivo, scrive il giudice, risulta Riccardo Rumbo, già condannato in “Bene Comune” a 17 anni di carcere. Lui, in qualità di riconosciuto “vertice assoluto della ‘ndrina” non solo dirige e consiglia Infusini ma conferisce allo stesso e per innumerevoli volte denaro poi da questi consegnato e richiesto a terzi “con le spese”, ovvero con gli interessi. Il giudice cita il caso di una vittima che ha contratto un debito con Rumbo, il quale “non ha provveduto a scassare lo stesso” solo per la presenza della moglie. Ma la vittima è stata poi costretta a “svendere una villa a Franco Rumbo... però almeno non ha più debiti perché rischiava di buscarle”.
Cosa, questa, che la dice lunga sul grado di intimidazione e soggezione con cui la cosca esercita e pratica l’abusiva intermediazione creditizia e l’usura. E nelle intercettazioni si sente Infusini rassicurare chi si rivolge a lui sulla possibilità di ricevere un prestito proprio da “Franco”, circostanza che secondo il giudice conferma la “titolarità” del giro di affari in capo a lui. “Stai tranquillo che Franco te la risolve.... 6/7mila euro”