«La straordinaria gravità del reato contestato, la mancanza di una palese insussistenza delle esigenze cautelari, la consistenza delle ricostruzioni indiziarie e degli elementi probatori (non solo intercettazioni, ma anche convergenti dichiarazioni dei pentiti), l'evidente non implausibilità delle motivazioni addotte dalla magistratura richiedente e la stessa situazione dei coindagati hanno indotto la maggioranza della giunta a proporre all'assemblea l'accoglimento della richiesta di autorizzazione all'esecuzione della misura cautelare in carcere sollecitata nei riguardi del senatore Caridi, versandosi in una tipica situazione in cui la “grande regola dello Stato di diritto ed il conseguente regime giurisdizionale al quale sono normalmente sottoposti, nel nostro sistema costituzionale, tutti i beni giuridici e tutti i diritti (articoli 24, 112 e 113 della Costituzione)” - per usare le stesse parole della Corte costituzionale proprio a proposito delle immunità (sentenza n. 379 del 1996) - non possono che prevalere sulle pur costituzionali (ma non a caso rimovibili) esigenze di tutela del plenum assembleare». È così che il senatore Dario Stefano, presidente della giunta per le immunità, motiva la volontà di proporre all’assemblea l’arresto di Antonio Caridi, chiesto dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Mamma Santissima”. Una relazione lunga 12 pagine quella sottoscritta dal presidente, che ripercorre gli elementi a carico del senatore, la cui posizione verrà vagliata oggi dal Senato durante l’assemblea prevista a partire dalle ore 9.30. Il punto relativo all’arresto era in fondo all'ordine del giorno ma il presidente Pietro Grasso ne ha disposto l'inversione in virtù della sua priorità. Ma nonostante questo oggi nessun giornale nazionale ha riportato notizie in prima pagina, segno, questo, dell’indifferenza dei media più quotati nei confronti della Calabria e del crescente scetticismo nei confronti delle indagini antimafia.
IL DOCUMENTO NUMERO 14 – Stefano ha convinto la giunta – anzi parte di essa - con queste 12 pagine, che ripercorrono le indagini della Dda reggina, che il 15 luglio ha chiesto l’autorizzazione all'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del senatore Antonio Stefano Caridi, richiesta alla quale il 27 luglio si sono aggiunti ulteriori atti, a seguito dell’inchiesta “Alchemia”, che vede di nuovo coinvolto il politico. Un’indagine che intende completare la ricostruzione della struttura della ‘ndrangheta "verso l'alto", «andando ad identificare le figure collocate all'interno di una più ampia struttura criminale, di cui costituirebbero la più elevata componente decisionale, la direzione strategica». La ricostruzione della procura antimafia, secondo Stefano, è rigorosa e precisa: nulla sarebbe stato trascurato, dalle dichiarazioni dei pentiti alle sinergie ravvisate fra la 'ndrangheta e le altre associazioni mafiose storiche.
«Molteplici emergenze indiziarie provenienti da altri procedimenti, alcuni definiti ed altri ancora in corso, avrebbero corroborato la ricostruzione del pubblico ministero secondo cui esiste, in seno alla 'ndrangheta, una componente "riservata", alla quale spettano compiti di direzione strategica – afferma Stefano in giunta -.
Le conoscenze acquisite con riguardo alla città di Reggio Calabria farebbero trasparire una realtà secondo cui ogni momento significativo della vita politica ed economica apparirebbe essere stata determinata da un nucleo riservato di soggetti, legati alla storia della 'ndrangheta cittadina, specie a quegli ambiti occulti che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno illustrato a partire dagli anni '90 e che pongono l'evoluzione stessa della 'ndrangheta da "società dello sgarro" a quella che sarebbe stata la base dell'attuale principale agenzia criminale mafiosa».
In questo contesto, Caridi è stato individuato dalla pubblica accusa quale strumento «della componente "riservata" della 'ndrangheta – afferma il senatore del gruppo misto -; in tal veste, secondo le prospettazioni degli inquirenti, il senatore avrebbe fruito dell'appoggio della 'ndrangheta», in particolare la cosca De Stefano, «in occasione di tutte le consultazioni elettorali alle quali ha preso parte, dalla prima candidatura (elezioni comunali del 1997) alle elezioni regionali del 2010». Assunto un ruolo pubblico, una volta condizionate le elezioni, il senatore reggino «avrebbe operato in modo stabile, continuativo e consapevole a favore del predetto sistema criminale di tipo mafioso». Ipotesi, quella della Dda, che trova riscontro nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nell'analisi del materiale proveniente da altri procedimenti penali, da autonome attività investigative sviluppate nell’inchiesta “Mamma Santissima”. «In estrema sintesi, il materiale indiziario – sostiene Stefano - confermerebbe che il senatore Caridi era stato da sempre affiliato alla cosca De Stefano, la quale lo avrebbe sostenuto in ogni competizione elettorale, sin dalla prima candidatura, grazie al rapporto che intercorreva tra lui e il dottor Francesco Chirico». Caridi, fin dal 2000, sarebbe riuscito a coagulare su di sé l'appoggio delle cosche De Stefano Tegano, Morabito e Iamonte. L'occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale del 2002 è, secondo il gip, «il momento che segna il futuro sviluppo della vita politica del senatore Caridi, attesa la sua capacità di piegarsi alle esigenze della direzione strategica della 'ndrangheta; da quella interazione Caridi avrebbe tratto ausilio e vantaggio per il suo percorso politico, fino ad assurgere al seggio parlamentare».
Caridi avrebbe così indossato le vesti di politico per agevolare l'associazione mafiosa e manipolare «insieme ad altri esponenti politici della stessa area» i risultati elettorali di una competizione interna al suo gruppo politico. Inoltre, afferma il senatore, «la strumentalizzazione della funzione del Caridi a favore del sistema descritto e la permanenza dell'apporto da lui fornito ai sodali, riguarderebbe anche la sua attuale posizione di senatore sempre a disposizione delle esigenze di chi aveva determinato il suo ruolo di uomo di governo». Ma mentre gli altri indagati - Romeo, De Stefano e Sarra – ricoprirebbero una funzione di direzione strategica e di pianificazione accompagnata a poteri deliberativi del gruppo degli invisibili, Caridi si rivelerebbe essere la parte meramente esecutiva del progetto criminoso, «l'esecutore dei deliberati del Romeo e del De Stefano». Ruolo, questo, che lo avrebbe portato a tessere contatti con le altre cosche legate ai De Stefano». Secondo il gip, dunque, sarebbe dimostrata a suo carico la sussistenza di un grave quadro indiziario in merito all’accusa di partecipazione all'associazione mafiosa.
«Tale partecipazione – si legge nella relazione - si sarebbe venuta evolvendo da quella di uomo inizialmente correlato principalmente ai De Stefano a quella di uomo di 'ndrangheta tout court, mediante la messa a disposizione per la realizzazione degli interessi della varie articolazioni con cui avrebbe interagito». Le esigenze cautelari, dunque, ci sono tutte. E ci sono, in particolare, in quanto è stata scoperta la parte apicale riservata della ‘ndrangheta, «le cui funzioni sarebbero dirette ad ampliare il programma criminoso della stessa». Pensare che possa esservi una qualche forma di rescissione del legame associativo appare «ontologicamente incompatibile con il costituto associativo mafioso di cui trattasi ed anche illogico, e comunque sarebbe smentito dalla realtà oggetto della percezione investigativa». Non si può dunque pensare, secondo il gip, che il legame tra Caridi e la 'ndrangheta unitaria sia venuto meno, così come «la sua piena partecipazione ad essa». I suoi comportamenti - la poliedricità delle sue condotte illecite, estrinsecazione del ruolo partecipativo, ma anche manifestazioni concrete rivelanti la consapevolezza di agire in quel contesto, come la bonifica delle auto -, escluderebbero anzi «anche un semplice allontanamento dall'affectio».
IL NO AI “PROCESSI” IN AULA - «In via preliminare, occorre ribadire ancora una volta che la Giunta non deve cedere alla tentazione di connotarsi quale una sorta di "super tribunale del riesame", effettuando un'analisi tutta incentrata sulla effettiva sussistenza o meno delle esigenze cautelari secondo i prescrittivi parametri del codice di procedura penale. Né tanto meno deve cedere alla lusinga di dar vita ad una parallela procedura di tipo giurisdizionale, volta in piena autonomia ad accertare la verità processuale, seppur ai fini dell'autorizzazione ad acta». Quella di Stefano è una premessa doverosa, nel tentativo di acciare «un'indagine serena ed obiettiva» sull’esigenza di concedere l’autorizzazione all’arresto. Tuttavia, afferma il senatore, il materiale indiziario riassunto dal gip nella richiesta di autorizzazione presentata alla giunta «apparirebbe, allo stato, confermare l'affiliazione del senatore Caridi alla cosca De Stefano, la quale sembrerebbe averlo sostenuto in varie competizioni elettorali, sin dalla prima candidatura, grazie anche al rapporto che intercorreva - quanto meno inizialmente - tra lui e il dottor Francesco Chirico».
LA DIFESA DI CARIDI – Nel corso della sua audizione davanti alla giunta, il senatore reggino ha confermato di essere stato eletto sempre consigliere comunale, sin dall'età di ventisei anni, ma ha portato a suo discarico la bocciatura in due competizioni elettorali per il Consiglio regionale, nel 2000 e nel 2005, e di essere stato eletto solo al terzo tentativo, nel 2010. Un argomento «suggestivo», ammette Stefano, ma che rischia di essere «una sorta di "falso sillogismo" (mancata elezione=assenza di sostegno), nel senso che il sostegno elettorale dell'associazione avrebbe potuto ben esserci stato in concreto, ma non essere risultato sufficiente ad un esito positivo, tanto più che il giudice per le indagini preliminari ha fatto riferimento ad un mero ruolo di "affiliazione esecutiva"». Il quadro indiziario delineato nelle 2.000 pagine di ordinanza, dunque, è «particolarmente articolato e grave». Anzi, per Stefano appare «non implausibile la motivazione fornita dal giudice per le indagini preliminari sul profilo in questione». Ovvero, nei confronti di Caridi «non sussiste alcuna ragione per escludere la sussistenza dei pericula libertatis». Ed è ragionevole anche il pericolo di inquinamento delle prove, data la capacità di «muoversi riservatamente e di attingere a componenti della pubblica amministrazione e delle forze dell'ordine». Ma non basta. Va anche sottolineato come «non sia emerso l'elemento disdicevole di un eventuale "appiattimento" del giudice per le indagini preliminari rispetto alle richieste del pubblico ministero. Anzi, emerge una certa dialetticità di posizioni», sostiene Stefano data la diferenziazione fatta dal gip tra la posizione di Romeo, De Stefano e Sarra da un lato e Caridi dall’altro. L’ultimo fascicolo di documenti presentato da Caridi ieri, ovvero oltre i termini prefissati, è stato comunque valutato dalla giunta. Con tali documenti, Caridi avrebbe tentato di dimostrare che Paolo Caponera, alias “Paolone”, si trovava ristretto in carcere nel periodo in cui - secondo quanto riferito dal collaboratore Aiello - avrebbe avuto luogo un incontro presso il ristorante Royal Garden. «Tuttavia, a rileggere attentamente proprio il verbale della richiamata deposizione del collaboratore Aiello, nella parte che riguarda l’incontro presso il ristorante Royal Garden nel periodo 2006-2007 – sottolinea Stefano -, emerge una certa difficoltà del dichiarante a ricordare con precisione le date degli episodi raccontati (compresa quella dell'incontro al ristorante), nonostante le sollecitazioni del pubblico ministero, anche perché l'interrogatorio si è svolto a notevole distanza di tempo (30 ottobre 2014) dai fatti riferiti».