La sentenza, le motivazioni, i dettagli. Ecco come funzionava la Morsa dei Commisso a Siderno

La sentenza, le motivazioni, i dettagli. Ecco come funzionava la Morsa dei Commisso a Siderno
diga sul lordo La cosca Commisso si è infilata dappertutto. E in particolare nel delicato settore degli appalti pubblici, dove «emergono condotte di natura estorsiva che servono a marcare ancora di più il controllo esclusivo del territorio e, che addirittura, assumono tale rilievo da tradursi in azioni indirizzate finanche a soggetti intranei che non rispettano le regole di rigida comparimentazione territoriale, che prevedono, tra l’altro, l’autorizzazione preventiva per compiere dei lavori pubblici nelle zone di competenza ed il pagamento di una tangente per svolgere in quei luoghi l’attività di impresa».

Le parole del gup Domenico Santoro confermano quanto già emerso da tutte le sentenze che hanno visto coinvolta la cosca di ‘ndrangheta di Siderno: ovunque allunghino le loro mani, i Commisso vogliono far sentire il loro potere. E sopra tutti c’è sempre lui: Giuseppe Commisso, il capo incontrastato del clan, che non perde occasione per ribadirlo: «tu quando vieni a Siderno a chi vai a trovare? A nessuno? Tu devi venire a trovare a chi devi trovare!».
Quella che il gup delinea nelle oltre mille pagine che motivano la sentenza “Morsa sugli appalti pubblici”, dal nome dell’inchiesta che a settembre 2014 portò a circa 30 arresti, è una storia già nota. È una storia che racconta di come un manipolo di mafiosi detti le regole della vita economica a Siderno e dintorni e ne condizioni ogni aspetto. Per questo motivo sono pesanti le pene inflitte dal gup Santoro agli imputati che hanno scelto il rito abbreviato, condanne che confermano l’impianto accusatorio sostenuto dal pm Antonio De Bernardo.

Il “mastro”, evidenzia il giudice, non accetta alcun tipo di deroga alla propria posizione di supremazia. E dall’alto del suo trono, la ‘ndrangheta di Siderno prevede un obolo del 3% su ogni lavoro preso in appalto. E qualora qualcuno intedesse violare le regole imposte nella gestione di affari criminali, la conseguenza potrebbe essere un pericoloso conflitto. Sono diversi gli episodi documentati dall’inchiesta. L’assegnazione degli appalti pubblici, secondo il giudice, sarebbe stata pilotata «attraverso interventi di carattere ‘ndranghetistico» e, in questo modo, «viene controllato l’intero comparto economico che ruota attorno ad essi».


Tra gli episodi, la sentenza cita l’intervento operato su Francesco Cataldo per convincerlo a desistere dalla partecipazione alla gara d’appalto per la valorizzazione paesaggistica di villaggio Molenti, mediante l’opera di “moral suasion” del “mastro”. Che ha spinto Cataldo a ritirare la propria offerta, più vantaggiosa, su richiesta di altri due accoliti intercettati nella sua lavanderia, la “Ape Green”, all’interno del centro commerciale “I Portici”. In ballo c’è un lavoro da circa 150mila euro. E Cataldo rinuncia alla gara, purché, chiede Vincenzo Cataldo, padre di Francesco, al mastro, lo stesso garantisca un “aiuto” per altre gare. Un momento utile, dunque, per «programmare prossime occasioni di lucro, in cui anche il mastro avrà, ovviamente, la sua parte».

IL DETTAGLIO DELLA SENTENZA – Domenico Archinà 8 anni, Rocco Carlo Archinà 8 anni, Leonardo Capogreco 4 anni, Vincenzo Cataldo 9 anni, Giuseppe Cherubino 3 anni, Antonio Coluccio 12 anni, Giuseppe Commisso 20 anni, Cosimo Correale 8 anni, Silvestro D'Agui 5 anni e 4 mesi, Francesco Ferraro 12 anni, Antonio Futia 12 anni, Vincenzo Futia 6 anni e 4 mesi, Giuseppe Gallizzi 16 anni, Antonio Pietro Ietto 8 anni, Marco Macrì 8 anni e 8 mesi, Salvatore Macrì 8 anni, Saverio Maisano 5 anni e 4 mesi, Domenico Prochilo 5 anni e 4 mesi, Domenico Richichi 8 anni, Francesco Strati 6 anni, Vincenzo Tavernese 6 anni e 8 mesi. Assolti Roberto Verbeni, Vincenzo Strati, Daniele Cosimo Tassone, Marco Tassone, Antonio Salerno, Anthony Stanaway, Daniele Raso, Domenico Papandrea, Antonio Macrì, Ilario Iacopetta, Mario Giorgio Iacopetta, Antonio Figliomeni, Antonio Filippone, Domenico Costera, Vincenzo D'Agostino, Salvatore Aquino, Giuseppe Archinà eAntonio Commisso.

LA DIGA SUL LORDO - L’esempio principe è però forse quello relativo all’appalto per la diga del Lordo, evento rappresentativo «del vero e proprio controllo della ‘ndrangheta su tutte le operazioni economiche di rilievo nell’area sottoposta al suo controllo». Oggi di quella diga a Siderno, costata 50 miliardi di lire, non resta che un rivolo d’acqua che scorre senza destinazione, le paratie spaccate, la rabbia dei cittadini. Ma quell’opera faraonica ha attirato gli appetiti dei clan, che vi si sono lanciati addosso come sciacalli di fronte ad un corpo ancora caldo. Se un imprenditore di belle speranze, d’altronde, mette piede nel regno mafioso dei Commisso, sa che dovrà pagar dazio. «Mettersi d’accordo» è il diktat di Giuseppe il “mastro”, un diktat solo all’apparenza accondiscendente. La gara finisce in mano a due ditte, la Cpl di Polistena, che deve gestire piccioli per quasi due milioni e mezzo per realizzare l’acquedotto delle dighe del Metrano e Lordo, e la Cisaf, interessata alla potabilizzazione e distribuzione delle acque, lavoro da quasi 6 milioni. La prima è costretta a pagare una tangente del 5% sul lavoro, la seconda dell’1,5%. Gli inquirenti ascoltano tutto fino a luglio 2010, quando poi gli ‘ndranghetisti di mezza Italia vengono arrestati con “Crimine”. «Allo stato non può dirsi provato il versamento della somma estorsiva da parte delle vittime e, quindi, la consumazione del reato, fermo restando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza». I lavori iniziano eppure, nonostante la regola d’oro dei clan, la Cpl non bussa alla porta dei boss per pagare il conto. Ma la cosa ancora peggiore, per Commisso e compagni, è l’intrusione degli imprenditori Archinà, Rocco Carlo - imparentato con i Commisso tramite il matrimonio della figlia - e Domenico, padre e figlio, che si erano messi in mezzo al flusso di “mazzette” destinate alle cosche di Siderno, facendo perdere le staffe al mastro. «Sull’onore mio che devo fare questo ragazzo come una merda», urla Giuseppe Commisso, avvisato del fatto da Vincenzo Cataldo. Domenico Archinà osa chiedere bustarelle senza passare dagli uomini d’onore agli imprenditori impegnati a Siderno con la diga, «vittime delle pretese estorsive ricevendo da loro il pagamento del pizzo». Commisso si arrabbia, è fuori di sé e vuole risolvere la situazione subito, faccia a faccia. Così chiede a Futia di fissargli un appuntamento con Archinà. «Lo devo fare spaventare un poco», dice. Le parole che gli rimbombano in pancia sono forti: «Gli volevo dire “vengo e ti ammazzo, ti faccio ammazzare”». I due si vedono, Commisso sgrida il giovane Archinà, che non ha né potere né garanzie nei confronti delle ditte. Il giovane capisce e cerca di risolvere il “malinteso”. La colpa di tutto, dice Commisso, è però di don Carlo, il padre di Domenico, ed invita Futia ad ammonirlo. «A don Carlo gli devo dire: compare Carlo, voi state lavorando? Dovete avere la bontà quando viene una ditta di mandarli qua, non dovete andare a parlare voi». Domenico avrebbe perfino cercato di nascondere quella mazzetta, ma Commisso sa bene di cosa sta parlando. «Oh Mì – gli dice - ieri non mi è piaciuto come mi avete risposto. Siete venuto a chiamarmi e mi avete detto che è venuto questo per fare questo lavoro e non vi ha dato la busta e adesso mi dite che non sapete?». Domenico prova a far passare la cosa per un malinteso, da risolvere contattando il destinatario della richiesta estorsiva. «Mi ha detto “vado a trovarlo se non ve li da lui ve li do io”… lo avete visto più che è venuto qua?».

IL REATO ASSOCIATIVO – Nonostate gli arresti, le cosche «hanno dato prova di indubbia vitalità ed attitudine espansiva, esercitando un potere di tipo militare ed economico, volto alla contaminazione delle regole del mercato, al controllo di ogni attività di tipo produttivo: in altri termini, ed in ultimo, al controllo del territorio stesso». Così penetrante è l’azione delle cosche da condizionare anche senza chiedere esplicitamente. Le stesse hanno innestato nel tessuto sociale un livello di sistematica intimidazione per ogni aspetto del vivere civile. Un controllo ed una potenza tali da garantire ai latitanti di stare tranquilli e al sicuro, nonostante gli arresti, grazie alla capacità di gestire tutto anche dal carcere. Composizioni personali, poi, così ampie da consentire che i provvedimenti giurisdizionali non incidano davvero sull’operatività della cosca: chi resta libero, scrive il giudice, è sempre pronto a delinquere. Così come i detenuti, appena liberi, riprendono il loro corso nelle ordinarie attività, «a testimonianza dell’incapacitò delle esperienze detentive di rescindere i vincoli di solidarietà criminale». La cosca Commisso, dal canto suo, dimostra una straordinaria «capacità di rigenerarsi nonostante l’intervento repressivo». Grazie ai picciotti ancora a piede libero, i malacarne della famiglia Commisso reagiscono «continuando nella pratica, a tappeto, delle estorsioni, in danno degli imprenditori e, in particolare, cercando di controllare ogni possibile movimento dell’economia locale». E nuove leve sono sempre pronte a prendere in mano gli affari, «mantenendo l’ordine nel sodalizio e reprimendo ogni istanza separatista». Considerazioni che valgono anche un po’ più in là, a Gioiosa Ionica, dove risalta la figura di Giuseppe Gallizzi, accanto a quella di Mario Ursini e di Tommaso Rocco Caraccio, «colti ad interagire con le componenti di ‘ndrangheta degli un tempo territori refrattari come il Piemonte e curare le dinamiche interne del sodalizio». Le estorsioni, tentate e consumate, la turbata libertà degli incanti e la corruzione elettorale, secondo il giudice hanno un solo significato: «consentire al sodalizio di appartenenza di perpetrare il proprio programma criminale». È estorsione di cosca, nell’interesse della cosca, e non un’iniziativa individuale, quella a danno della Cpl da parte di Commisso, degli Archinà, di Cataldo, Futia e Tavernese. E lo è, «in una dimensione che finisce con l’essere la plastica estrinsecazione del ruolo e del potere del Commisso in seno alla ‘ndrangheta unitaria, per le cui varie articolazioni agisce, quella in danno del Parasporto». Tutti sapevano, tutti erano consapevoli. Tutti hanno contribuito ad accrescere il potere dei Commisso, cosca viva, presente ed espressione della ‘ndrangheta unitaria.