«Se chiariranno la posizione di Annunziato Zavettieri e di Domenico Spatari io tornerò a casa». Sono parole pronunciate da Giuseppe Marcianò, condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, quelle riferite dal suo legale, Giuseppe Mammoliti. Dopo suo padre Alessandro, pure lui condannato all’ergastolo quale mandante del delitto del politico, anche Giuseppe Marcianò ha ottenuto dal magistrato di Milano un permesso di tre ore per incontrare i familiari. Un’occasione, questa, che ha sfruttato per ribadire tramite il suo avvocato la necessità di approfondire le indagini sui mandanti dell’omicidio, anche e soprattutto dopo le dichiarazioni del procuratore della Dda reggina Federico Cafiero De Raho, che proprio a Locri aveva svelato che sono in corso ulteriori approfondimenti sulla “zona grigia” in cui è maturato il delitto.
Nei giorni scorsi, Alessandro Marcianò aveva presentato a De Raho richiesta di interrogatorio, richiesta accettata dal procuratore, che nelle prossime settimane ascolterà quello che la giustizia italiana ritiene essere il mandante dell’omicidio. Marcianò junior, intanto, ha ribadito «la necessità di una giustizia vera e giusta per Fortugno – ha riferito ancora l’avvocato Mammoliti -. Ha manifestato piena fiducia in De Raho e nelle attività di indagine che sono state preannunciate, ricordando, però, le parole del pentito Annunziato Zavettieri, che sentito in aula aveva affermato che Locri non c’entra nulla con l’omicidio, così come non c’entrano i Marcianò». L’ergastolano ha anche chiesto un’accelerazione nella vicenda processuale che riguarda Spatari, titolare del ristorante dove Giuseppe Marcianò ha mangiato il giorno del delitto. Spatari, in alcune intercettazioni nella sua auto non sottoposte all’autorità giudiziaria dalla Polizia, avrebbe detto che quel giorno Marcianò si trovava a pranzo nel suo ristorante con la moglie e i figli, parole poi confermate in aula, dicendo di doversi togliere «un peso dalla coscienza». Ma il processo per falsa testimonianza, dopo 8 anni, non è ancora iniziato. Per Marcianò, Spatari è l’unico ad aver detto la verità in tutto questo tempo. «Il caso è però ancora fermo e il mio assistito – ha spiegato Mammoliti – ha paura della prescrizione. Per questo, approfittando di questo permesso, ha voluto sollecitare che venga fuori non solo la verità delle ulteriori indagini avviate da De Raho ma anche quella processuale che riguarda Spatari. La sua posizione, così come quella di Zavettieri, potrebbero cambiare la storia di questo processo». Secondo Mammoliti, inoltre, il permesso accordato a Marcianò rappresenta «un allentamento delle maglie che indica che la verità è altrove e la si sta cercando». Sulla necessità di andare oltre le risultanze processuali e scandagliare un livello più profondo sembra essere d’accordo anche De Raho.
L’annuncio delle ulteriori indagini il procuratore lo ha dato il 16 maggio scorso, proprio a Locri, a poche centinaia di metri dal luogo dove l’ex vicepresidente Fortugno venne assassinato il 16 ottobre 2005: «sui mandanti dell’omicidio dell’onorevole Francesco Fortugno – disse - si stanno ancora svolgendo degli approfondimenti». Una vera e propria bomba e una risposta alle domande che molti si ponevano da un pezzo, domande su quella zona grigia che sembra da sempre fare da sfondo al delitto calabrese eccellente ma ancora non afferrata.
La vedova del politico ammazzato durante le primarie del centrosinistra, Maria Grazia Laganà, questa domanda se la pone da dieci anni, ovvero da quando suo marito venne barbaramente ucciso «con un gesto altamente simbolico – ha ricordato de Raho -, ovvero mentre si esprimeva il diritto fondamentale del voto». E ancora di più l’aveva posta a settembre scorso, dal palco della festa regionale dell’Unità a Cosenza nella giornata dedicata al politico, quando ha riannodato i fili di un’indagine lunga e complessa, che ha portato a cinque sentenze e all’ultima condanna a luglio 2014, con l’ergastolo confermato in Cassazione ad Alessandro Marcianò, ex caposala dell’ospedale di Locri, ritenuto la mente di quel delitto eccellente, consumato a Palazzo Nieddu. Secondo le sentenze, Fortugno doveva pagare con la vita l’elezione in consiglio regionale, ottenuta con oltre 8500 voti. Doveva pagare perché i Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano supportato un altro candidato, Domenico Crea, poi subentrato a Fortugno ma mai indagato per quel delitto. Prima del caposala, nel 2012, erano stati condannati al carcere a vita suo figlio Giuseppe, Domenico Audino e Salvatore Ritorto, battezzati come gli esecutori materiali dell’omicidio.