CIRCOLO FORMATO. Le motivazioni della condanna: ecco perché Rocco Femia era a “disposizione” dei Mazzaferro

CIRCOLO FORMATO. Le motivazioni della condanna: ecco perché Rocco Femia era a “disposizione” dei Mazzaferro
femia  «L’intraneità al sodalizio di Femia Rocco – candidato sindaco sostenuto dalla lista espressione della famiglia Mazzaferro - è ampiamente provata dal ruolo da lui svolto in occasione della consultazione elettorale del 2008».

Non hanno dubbi i giudici della corte d’Appello di Reggio Calabria, che a luglio dello scorso anno hanno confermato la condanna a 10 anni di carcere inflitta all’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, imputato nel processo “Circolo Formato”, che nel 2011 ha smantellato l’amministrazione comunale di Gioiosa portando in carcere quasi l’intera giunta.

Una condanna che, però, nelle scorse settimane è stata messa in discussione dalla stessa corte d’appello reggina, che su istanza dell’avvocato Eugenio Minniti ha disposto la scarcerazione, dopo 5 anni dietro le sbarre, dell’ex primo cittadino della città del sorriso.

La decisione della Cassazione, che ha annullato senza rinvio, lo scorso 27 aprile, la condanna inflitta a Francesco Marrapodi, ex assessore del governo Femia, giudicato in abbreviato, «soggetto con posizione processuale analoga» a quella dell’ex sindaco, ha convinto i giudici sulla non «persistenza delle esigenze cautelari». Per i giudici che hanno ribadito la sua condanna, però, non ci sono dubbi: il politico era al soldo della cosca Mazzaferro. Di più: di quella cosca lui avrebbe fatto parte, rendendosi strumento del tentativo del clan di risalire la china e recuperare punti sulla cosca rivale, quella degli Aquino.

«È emerso – si legge nelle motivazioni della sentenza, depositate mercoledì – come Femia Rocco si sia relazionato in maniera sistematica con il “capo società” Mazzaferro Rocco – autentico regista dell’operazione che avrebbe poi condotto alla vittoria delle elezioni, ritenuta dalla cosca fondamentale al fine di porre termine alla supremazia della contrapposta famiglia degli Aquino – e con il suo “braccio destro” Frascà Salvatore, tanto nella fase propedeutica della predisposizione della lista dei candidati, quanto in quella, successiva alla vittoria delle elezioni, di formazione della giunta».

Rocco Mazzaferro, sottolineano i giudici, aveva avviato un’opera di persuasione per convincere Giovanni Antonio Femia a sostenere quello che poi sarebbe diventato il sindaco della città; lo stesso «capo società» avrebbe più volte contattato Rocco Femia per informarsi sulla situazione e di fronte alla sua perplessità sul comportamento di alcuni in relazione al rispetto degli accordi, lo avrebbe tranquillizzato, annunciando il suo intervento in prima persona. «Non hanno capito niente – veniva intercettato -, domani gli faccio capire io, non ti preoccupare».

A disporre la lista dei candidati, affermano i giudici d’appello, «dovevano essere Rocco Femia e Giovanni Femia, solo perché così aveva deciso Mazzaferro Rocco; costui, trovandosi a Milano, per assicurarsi che nessun altro aspirante si ingerisse nella questione, dava mandato al cognato Frascà Salvatore di tenere la situazione sotto controllo». Femia si sarebbe rivolto a Mazzaferro per tenere a bada i dissidi interni alla coalizione che avrebbe dovuto sostenerlo, innescando una serie di contatti telefonici e incontri per “convincere” Giovanni Femia a rispettare gli accordi presi. Ma una volta vinte le elezioni i contatti tra il sindaco e il boss non si interruppero.

Femia, scrivono i giudici, «continua a relazionarsi con il capo cosca Mazzaferro Rocco, anche nella fase successiva alle elezioni, chiedendo un suo incisivo intervento per assicurare la formazione della giunta e, segnatamente, per risolvere il problema legato alle pretese di Mazzaferro Domenico, inteso “u cacarizzu” – si legge nelle carte -, il quale, spalleggiato da altri consiglieri, pretendeva un posto di assessore, cosa che avrebbe impedito il rispetto degli accordi preelettorali e comportato l’esclusione dalla giunta di Romeo Rocco (ex sindaco molto ben voluto dalla cittadinanza, nda). Il problema era complicato dal fatto che il citato “cacarizzu” era legato da vincoli di affinità di fatto ad altri membri della cosca, Mazzaferro Luca (convivente della di lui sorella), e conseguentemente a Mazzaferro Ernesto (padre di Luca)».

Rocco Mazzaferro aveva dunque rassicurato Femia si un suo intervento sul “cacarizzo”. L’idea del sindaco era quella di distribuire gli assessorati suddividendo il mandato in due parti, ma la scelta a Domenico Mazzaferro non piaceva. Da qui gli inquirenti hanno registrato tutta una serie di conversazioni finalizzate alla soluzione del problema, conversazioni che, per la Corte, avvalorano ulteriormente l’ipotesi accusatoria, secondo la quale Femia «è soggetto intraneo alla cosca e dalla stessa designato quale candidato sindaco. Dalle stesse – si legge ancora – emergono infatti non solo i consolidati rapporti del Femia con Mazzaferro Rocco, già accertati, ma altresì che anche altri esponenti della famiglia Mazzaferro, ed in particolare Mazzaferro Luca, si sentivano legittimati a rivolgersi, in prima persona, al sindaco per sollecitarlo ad assicurare un posto in giunta ai loro protetti. Ed infatti Femia Rocco chiedeva al capo società Rocco Mazzaferro un incisivo intervento sui propri congiunti, per convincerli ad accettare la soluzione proposta ed ad attendere due anni prima di entrare in giunta».

Femia, scrivono ancora i giudici, la cui affiliazione era nota anche agli altri membri del clan «si è messo a disposizione della cosca, consentendo a Mazzaferro Rocco di gestire in prima persona le elezioni amministrative del 2008 e si conseguire l’agognata vittoria, vista dalla cosca quale strumento per affermarsi sul territorio di riferimento e porre fine alla supremazia della cosca avversaria degli Aquino». La sua candidatura e la formazione della giunta, dunque, non rientrerebbero nelle normali dinamiche politiche. E non può essere considerato normale, aggiungono, che il capo di una cosca «si ingerisca in maniera penetrante nelle vicende di una coalizione elettorale, relazionandosi sistematicamente con il candidato sindaco, né che a questi, mettendolo in palese difficoltà, si rivolgano altri autorevoli membri del sodalizio (Mazzaferro Luca), chiedendo l’ingresso in giunta dei propri protetti». Né può considerarsi verosimile che Femia non conoscesse la storia di Rocco Mazzaferro. Anzi, per i giudici Femia era pienamente consapevole dei rischi connessi al fatto che i suoi rapporti con il «capo cosca» venissero alla luce, tant’è che il politico, per contattarlo, utilizzava il telefono del cognato del boss, Frascà, chiedendo più volte se l’apparecchio fosse o meno «sicuro».