Premessa d'obbligo: questo non è un articolo che parla di 'ndrangheta e rapporti spericolati tra le società e le curve, teppismo o guerriglia secondo lo regole d'ingaggio dei giornalisti sensazionalisti. Qui si parla di 90 minuti di normalità tranquilla, quasi al limite della noia piatta, vissuti nel covo degli ultras bianconeri per assistere alla partita Juventus-Sampdoria. "Juve in trasferta, Calabria deserta". Era lo slogan scelto dalle tifoserie avversarie di Madama, per dileggiare il trasversalismo geografico supporter bianconeri per via della provenienza meridionale. Molti di loro erano operai della Fiat di Mirafiori che trovavano un senso di appartenenza, identificandosi nella squadra dei padroni.
Oggi la Calabria è spopolata per altri motivi, la cartografia del tifo è variegata, la Reggina, il Cosenza, il Catanzaro - Crotone merita un discorso a parte - militano in serie inferiori, ma la Vecchia Signora c'entra poco e fa ancora il pieno tra i tifosi calabri sparsi extra moenia.
Basta fare un giro sommario nel cuore pulsante della Curva Sud, la 'Scirea', dentro le mura dello Juventus Stadium, per scovare gobbi calabresi doc.
Roberto viene da Marcallo con Casone, in provincia di Milano, è originario di Spilinga, il paese della 'nduja e si sobbarca puntualmente centinaia di chilometri a bordo del pullman di Abbiategrasso per poter timbrare il cartellino nello spicchio più oltranzista dell'impianto, nato dalle ceneri dell'ex delle Alpi. Stesso dicasi per Francesco, emigrante di Bonifati, tremila anime in provincia di Cosenza, tra Amantea e Diamante. "Vengo in Curva da 15 anni, lì in alto spesso viene posizionato lo striscione 'Calabria'. Questa sera però non c'è, non so come mai", spiega con una punta di orgoglio e un sorriso smagliante. Ma ci sono anche i calabresi occasionali, come quelli dello Juventus club doc di Bagnara, che periodicamente si organizzano con voli low cost per poter dare sostegno alla squadra, oppure affrontano le trasferte più vicine per prestare le loro corde vocali alla causa bianconera.
Coro personalizzato a Nedved, sciarpe al vento durante l'inno, bandiere che garriscono nella brezza autunnale, rito propiziatorio prepartita ('Vi vogliamo sotto la curva'), sfottò contro granata, viola e napoletani (un beneventano sbeffeggia la discriminazione territoriale e intona impettito: "Tu sei napoletano/io no/io no), lanciacori che si agita come uno sciamano per incitare e trascinare gli ultrà. La partita in curva scivola via tranquilla. In campo la Juve ha buon gioco di una Sampdoria modesta, in cui militano due reduci della Reggina dei fasti d'oro: Edgar Barreto e Christian Puggioni.
A fine partita Arturo, a cavalcioni sulla transenna, metafora di una vita in equilibrio acrobatico sul fossato, è pronto nuovamente a districarsi fra tessere del tifoso, cambi nominativi, in nome della vecchia passione calcistica per trovare nuovi adepti juventini, per sconfiggere la burocrazia cui è sottoposto il tifoso.
Eccezionalmente non c'è il figlio Alessandro, 5 anni, mascotte di tanti gruppi di tifosi. 'Lo porto in curva convintamente, è una scuola di vita, imparerà ad amare e difendere la sua curva, a comportarsi con coraggio e sempre lealmente: in una parola a essere un ultras". Mentre parla ritorna in mente un passo del libro di Valerio Marchi, Il derby del bambino morto, Alegre Edizioni: "La figura stereotipata e fondamentalmente irreale del teppista generazionale, soggetto a imprevedibili scoppi di violenza in grado con la semplice presenza di perturbare un supposto ordine morale va a ibridarsi con altre figure capaci di produrre ansie sociali. Per utilizzare un gruppo umano come capro espiatorio occorre stigmatizzarlo, semplificarlo, renderlo merce culturale facilmente fruibile, formula magica il cui solo suono è in grado di suscitare risposte emotive automatiche, pavloviane". A volte è proprio vosì.