L’ANALISI. Gorino e Reggio, migranti parroci razzisti e musi neri

L’ANALISI. Gorino e Reggio, migranti parroci razzisti e musi neri
gorino   Il 27 Ottobre a Reggio Calabria sbarcano 239 migranti, tra loro 12 salme.

Sono gli ultimi tra le tante migliaia sbarcati in questi ultimi tempi.

239 accolti e salvati dai giovani professionisti di Medici senza Frontiere, anzi 227, perché 12, malgrado gli angeli senza frontiere, sono solo cadaveri.

Sono solo 12 come gli apostoli, penserà qualche cattolico lettore. Come le 12 donne rifiutate da Gorino, penso io.

A Gorino, cittadina sul mare in provincia di Ferrara, tanto per avere idea di cosa si sta parlando, si trattava semplicemente di dare alloggio a 12 donne, provenienti da paesi africani dilaniati dalla guerra, che, per 4 mesi, avrebbero occupato qualche stanza di un albergo di 30 camere, in un periodo invernale di bassa stagione. Dunque il rifiuto è stato solo una questione di principio.

A Reggio, per principio, abbiamo accolto 227 persone, non si sa come, che poi, non si sa quando, saranno trasferite in Basilicata, Puglia, Campania, Toscana, ovunque, meglio che in mezzo al mare.

A Gorino non ne vogliono neanche 12, neanche morti le vogliono.

Ora, non voglio scendere nella solita polemica Nord vs Sud. Nord razzista vs Sud accogliente. Vorrei solo tentare alcune riflessioni più sobrie, senza sentimentale campanilismo.

Intanto, molti dei nostri concittadini appoggiano, almeno a parole, la politica razzista di Gorino, perché di razzismo si tratta, se vogliamo dare il giusto nome alle cose. Poi, si possono fare tutti i discorsi del caso. È vero, gli africani ci stanno invadendo, si moltiplicano per le strade, ai semafori, agli ingressi dei supermercati, alle entrate dei bar. Si moltiplicano per volere dei poteri forti, perché fa comodo la manodopera a prezzi da schiavismo, perché la diplomazia è gratis mentre le guerre catalizzano ricchezza, perché bla, bla, bla e bla.

E tutte le verità che conosciamo. Compresa quella delle parole di un parroco del ferrarese e della nonnina devota nostalgica di Apartheid che stridono, come le unghie su una lavagna di ardesia, con la tradizione di una Emilia Romagna accogliente e solidale.

Un parroco con al collo un bel cartello pulito, rigorosamente bianco, con una scritta della quale non ricordo le parole, ma che suona più o meno con un kukluksiano: Riportate i vostri musi neri a casa vostra!

Ora, io non conosco molti parroci, men che meno quelli che delirano, però conosco il parroco della chiesa sotto casa mia che ogni domenica organizza il “pranzo per tutti” al quale possono sedersi, ovviamente gratis, appunto, tutti. Senza tessera, né domande, né certificato di residenza.

“Ficiru bonu”, è l’opinione distratta sui fatti di Gorino del reggino spavaldo e indolente. Ma le opinioni individuali contano poco, se gli atti collettivi raccontano tutta un’altra storia.

“Ficiru bonu”, ma noi non facciamo così. Li facciamo scendere dalle barche, li curiamo, ci commuoviamo per quelli che non sono arrivati, raccogliamo soldi, vestiti, alimenti, spendiamo il nostro tempo per ripulirli e rimetterli in piedi.

Salvo poi maledirli quando ce li ritroviamo all’uscita del supermercato o del parrucchiere.

Siamo fatti così, noi reggini, abbiamo il cuore grande come la bocca, facciamo il contrario di quello che diciamo e pensiamo il contrario di quello che facciamo. Ascoltiamo la vocina della coscienza senza farci troppe domande, con la pigra noncuranza meridionale, per addormentarci sereni, senza rimorsi. Per svegliarci al mattino ed imprecare urlando contro il senegalese al semaforo, senza ricordarci assolutamente che il giorno prima lo abbiamo aiutato a scendere da una zattera imputridita.

D’altronde, come si dice, “fa’ del bene e dimentica”.