Il flop dell’indagine Mafia-Stato e l’alleanza giornalisti-magistrati

Il flop dell’indagine Mafia-Stato e l’alleanza giornalisti-magistrati
tgh Giovedì 10 novembre, in occasione dell’uscita del libro di Costantino Visconti “La mafia è dappertutto. Falso!”, Editori Laterza, si terrà un incontro presso il Senato della Repubblica, a Roma.

Introduce Pietro Grasso.

Intervengono:

Rosy Bindi,

Giuseppe Pignatone

Costantino Visconti.

Il dibattito sarà coordinato da Giovanni Bianconi (Corsera)

Sullo stesso tema che suggerisce una rivisitazione critica del rapporto tra giornalisti e magistrati, pubblichiamo l’articolo di Giovanni Fiandaca, giurista di fama nazionale, con il quale Costantino Visconti ha a lungo lavorato, già apparso sul Foglio di Claudio Cerasa

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I servi sciocchi delle procure. Il flop della Trattativa è l’occasione giusta per mettere sotto processo larga parte del sistema mediatico

di GIOVANNI FIANDACA

L’impianto argomentativo della sentenza assolutoria di Calogero Mannino smantella la costruzione accusatoria della cosiddetta trattativa stato-mafia. Da coautore (insieme con Salvatore Lupo) di un saggio critico sull’argomento, pubblicato da Laterza due anni fa, potrei molto compiacermene e andare alla ricerca delle coincidenze tra i miei argomenti critici e le ragioni poste a fondamento della sentenza del giudice Marina Petruzzella. Ma rinuncio a questa esercitazione perché, oltretutto, considero la Trattativa un tema ormai archiviato (i miei attuali interessi di studioso si rivolgono ad altro). Piuttosto, ritengo opportuno richiamare qui l’attenzione sull’atteggiamento del sistema mediatico rispetto al processo sulla Trattativa, che si è andato caratterizzando secondo movenze tali da confermare in maniera emblematica una relazione gravemente patologica, una sorta di perversione sistemica, riscontrabile da qualche decennio nel contesto italiano: alludo, com’è facile intuire, alla relazione incestuosa tra buona parte dei media e gli uffici di procura. E’ un dato di fatto inconfutabile che il processo-trattativa costituisce una esemplificazione straordinaria di un processo inscenato nei media e potentemente alimentato da stampa e televisione, specie nelle sue fasi iniziali: con un bombardamento informativo continuo e drammatizzante, tendente ad assecondare come verità assodata ipotesi accusatorie ardite e basate (tanto più all’inizio) su teoremi storicopolitici preconcetti, affondanti le radici in “precomprensioni” soggettive e – purtroppo – costruiti anche in vista del perseguimento di impropri obiettivi lato sensu carrieristici.

Certo è che senza la grancassa televisiva, fatta di acritico sostegno e di facile suggestio suggestione per il sensazionalismo complottistico, il processo sulla Trattativa non avrebbe avuto la stessa parvenza di legittimità e la stessa risonanza. Ma la responsabilità non è tutta del sistema mediatico. Come in ogni relazione bilaterale, le colpe vanno ricercate sul versante di entrambi i protagonisti: sono infatti stati molto abili anche i magistrati d’accusa a sfruttare le risorse della televisione come palcoscenico in cui dare suggestivamente per dimostrata una indecente Trattativa ancora tutta da dimostrare nelle aule di giustizia. Per scienza privata, maturata in una consuetudine ormai lunga di studioso col mondo della giustizia penale, so che qualche pubblico ministero considera più rilevante, in vista del successo di un’indagine o di un processo, l’efficacia della narrazione mediatica rispetto alla stessa fondatezza giuridica della tesi accusatoria. Da qui anche la tendenza a privilegiare l’intervento o l’intervista giornalistica, come sede decisiva di discussione, rispetto alla più tradizionale dissertazione nelle riviste giuridiche specialistiche: con quanto impoverimento e banalizzazione delle questioni di diritto sul tappeto è facile immaginare!

A sostegno dell’esigenza di mediatizzazione, qualche pubblico ministero ritiene perfino che il processo penale abbia scopi che trascendono l’accertamento dei reati e l’eventuale condanna, rientrando tra i suoi presunti obiettivi legittimi – tra l’altro – la ricostruzione degli eventi storico-politici, siano o meno ravvisabili ipotesi criminose: anzi, un procuratore aggiunto di Palermo ha esplicitamente sostenuto che il magistrato d’accusa è in condizione di ricostruire la storia meglio di uno storico di mestiere grazie al fatto che il magistrato dispone di strumenti coercitivi di accertamento della verità di cui lo storico non può disporre. 

Una tesi, questa, che non credo abbisogni di particolari commenti.