“Non una di meno”. Che bel suono ha questa frase. Fluisce altrettanto potente in lingua spagnola: “Ni una mujer menos”. La pronunciò, si dice, per la prima volta Susana Chavez, che aggiungeva anche “ni una muerta mas”, non una morta in più. Peccato che Susana, poetessa e attivista per i diritti umani e donna messicana, queste belle parole non potrà più pronunciarle. Nel 2011, la nostra cara ragazza è stata uccisa. Da chi? Non si sa. O almeno si sa, ma le autorità del suo paese non lo dicono. Aveva 36 anni. Fu uccisa e mutilata in un paese, Juarez, dove centinaia di ragazze dal 1993, sono state stuprate, torturate, ammazzate, senza conoscere gli assassini. Quello slogan era un atto di ribellione, una denuncia, era politica, era libertà, era femminismo, era sorellanza, era il mondo delle donne in marcia, gambe in movimento, braccia alzate, era dolore, era il ventre delle donne offeso. “Non una di meno”, Susana ce lo ha lasciato in eredità. Non conoscerà più il suono della sua voce, né il suono di migliaia di donne, come lei tolte di mezzo senza troppi convenevoli. Ma sarà pronunciato ancora e ancora dalle donne della terra. È diventato il nome di un movimento e un grido collettivo. Sarà pronunciato sabato 26 novembre a Roma, in una manifestazione che si terrà in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”. Sarà un’opportunità per parlare di femminicidi, obiezione di coscienza, lavoro, discriminazione di genere.
Anche da Reggio Calabria partirà una rappresentanza di donne (e si spera di uomini). Partiranno con un pulmino e sarà bello immaginarle così, tutte insieme e sorridenti, concentrate e lievi, arrabbiate e pronte alla rivendicazione. Perché la rabbia a noi donne non la potete negare, anche se abbiamo acquisito nei decenni una maggiore consapevolezza della nostra identità femmina, perché si può essere femministe e femminili, perché sappiamo che le sole parole non bastano, ma la visibilità è importante. Perché il cambiamento parte da noi stesse, perché gli uomini accanto a noi sono fondamentali in questo processo e sarebbe un errore immenso pensare di escluderli. Perché le visioni possono cambiare, perché è faticoso, perché le discriminazioni di genere sono frutto di educazioni distorte. Perché succede che in tutto questo male, a volte non ci sia consapevolezza ed è veramente pericoloso. Perché sappiamo che le manifestazioni da sole non bastano e neanche le parole bastano da sole. Perché le donne non debbano più giustificare i loro carnefici e imparino a riconoscerli e a prevenirli, come si fa con il cancro. Perché il corpo della donna è considerato un oggetto da possedere da chi uccide, stupra, mutila fin dentro l’anima. Perché chi ha inventato questo slogan è morta ammazzata da chi è convinto di aver fatto la cosa giusta, da chi fa della violenza contro le donne uno stile di vita, perché così gli è stato insegnato.
Il fertiliy day, è stato un tragicomico esempio, di come certe visioni della donna sono così radicate, che non ci si rende conto del paradosso, della farsa in atto. E potremmo concederci una risata liberatoria, se non fossimo consapevoli che i fertility day e affini, sono espressioni di una cultura profondamente sessista. Fatta di schemi e ruoli predefiniti, di preconcetti e gravi pregiudizi. La violenza ha semi piccoli e apparentemente innocenti. Eppure il seme della violenza non è mai ingenuo, perché ha il potere di generare mostri difficili da sconfiggere. E proprio per questo, le donne hanno bisogno di incontrarsi, di ritrovarsi e confrontarsi, piantare semi diversi, nel cuore e nella mente delle altre donne e degli uomini, che devono assumersi le loro responsabilità di scelte. Perché “non una di meno, non una morta in più”, non è solo veder riconosciuto il diritto alle differenze, non è solo denuncia, ma è anche la rivendicazione del diritto alla gioia e alla felicità.