MEDIA E GIUSTIZIA. L’affondo di Fiandaca e la Calabria

MEDIA E GIUSTIZIA. L’affondo di Fiandaca e la Calabria
sem   I servi sciocchi delle procure, il flop della Trattativa come occasione giusta per mettere sotto processo larga parte del sistema mediatico:  per capire cosa accade davvero da tanti anni in Italia e in Calabria sul fronte mass media-giustizia bisogna leggere il prof. Giovanni Fiandaca, un luminare del diritto penale italiano, un’autentica autorità indiscussa.

Fiandaca – sul Foglio di alcune settimane fa – è partito da una constatazione: l’impianto argomentativo della sentenza assolutoria di Calogero Mannino smantella la costruzione accusatoria della cosiddetta trattativa stato-mafia. Ma il prof. Fiandaca prende solo spunto da questa sentenza per richiamare l’attenzione sull’atteggiamento del sistema mediatico rispetto al processo sulla Trattativa, che si è andato caratterizzando secondo movenze tali da confermare in maniera emblematica una relazione ‘’gravemente patologica, una sorta di perversione sistemica, riscontrabile da qualche decennio nel contesto italiano: alludo, com’è facile intuire, alla relazione incestuosa tra buona parte dei media e gli uffici di procura’’.

  Parole che sono pietre.

Dice infatti il prof. Fiandaca: “E’ un dato di fatto inconfutabile che il processo-trattativa costituisce una esemplificazione straordinaria di un processo inscenato nei media e potentemente alimentato da stampa e televisione, specie nelle sue fasi iniziali: con un bombardamento informativo continuo e drammatizzante, tendente ad assecondare come verità assodata ipotesi accusatorie ardite e basate (tanto più all’inizio) su teoremi storico politici preconcetti, affondanti le radici in “precomprensioni” soggettive e – purtroppo – costruiti anche in vista del perseguimento di impropri obiettivi lato sensu carrieristici’’.

Certo è che senza la grancassa televisiva, fatta di acritico sostegno

e di facile suggestione per il sensazionalismo complottistico, il processo sulla Trattativa non avrebbe avuto la stessa parvenza di legittimità e la stessa risonanza.

Ma la responsabilità non è tutta del sistema mediatico. Come in ogni relazione bilaterale, le colpe vanno ricercate sul versante di entrambi i protagonisti: sono infatti stati molto abili anche i magistrati d’accusa a sfruttare le risorse della televisione come palcoscenico in cui dare suggestivamente per dimostrata una indecente Trattativa ancora tutta da dimostrare nelle aule di giustizia.

"So – dice l’illustre studioso - che qualche pubblico ministero considera più rilevante, in vista del successo di un’indagine o di un processo, l’efficacia della narrazione mediatica rispetto alla stessa fondatezza giuridica della tesi accusatoria. Da qui anche la tendenza a privilegiare l’intervento o l’intervista giornalistica, come sede decisiva di discussione, rispetto alla più tradizionale dissertazione nelle riviste giuridiche specialistiche. A sostegno dell’esigenza di mediatizzazione, qualche pubblico ministero ritiene perfino che il processo penale abbia scopi che trascendono l’accertamento dei reati e l’eventuale condanna, rientrando tra i suoi presunti obiettivi legittimi – tra l’altro – la ricostruzione degli eventi storico-politici, siano o meno ravvisabili ipotesi criminose: anzi, un procuratore aggiunto di Palermo ha esplicitamente sostenuto che il magistrato d’accusa è in condizione di ricostruire la storia meglio di uno storico di mestiere grazie al fatto che il magistrato dispone di strumenti coercitivi di accertamento della verità di cui lo storico non può disporre. Una tesi, questa, che non credo abbisogni di particolari Commenti’’.

La conclusione – su cui molti dovrebbero riflettere nel mondo dell’informazione anche dalle nostre latitudini – [ tremenda: recidere i mostruosi intrecci che da anni legano informazione e giustizia, e ciò sino al punto che hanno finito col riscuotere populistico credito organi di stampa pregiudizialmente vocati a operare come “gazzetta delle manette” (e sui quali, aggiungo incidentalmente, scrivono o rilasciano interviste anche illustri magistrati, senza peraltro porsi il problema se sia opportuno alimentare uno stile informativo che tiene programmaticamente in dispregio fondamentali garanzie costituzionali a tutela di ogni persona umana, indagati e imputati compresi).

Detto in altre più semplici parole: sarebbe finalmente il caso di prendere spunto dal processo sulla Trattativa per processare larga parte del sistema mediatico; ma sarebbe, nel contempo, auspicabile che siano i giornalisti a fare autocritica e a processare se stessi. In vista di un recupero della funzione critica della stampa e della capacità di indagare autonomamente sui fatti, senza essere servi sciocchi o interessati delle iniziative non sempre ponderate delle procure’’.

C’e’ qualcuno in Calabria pronto a fare autocritica?