UNO. Piero Bevilacqua, lo storico italiano, che ha a lungo lavorato sulla storia del Mezzogiorno, nel suo recente La questione meridionale nell’analisi dei meridionalisti (Lezioni sul Meridionalismo, a cura di S. Cassese, Il Mulino, 2016) ricorda che il federalismo per Salvemini avrebbe consentito “un processo di modernizzazione e di avanzamento democratico” del Sud. Una posizione, per Bevilacqua: “troppo generosa e utopistica” perché “dopo la nascita delle regioni a statuto ordinario, nel 1970, è difficile credere che la soluzione federalista sarebbe stata capace di inaugurare un nuovo corso nella storia del Sud”. Un giudizio, quindi, estraneo alle recenti polemiche referendarie (Bevilacqua è schierato col No). Si può aggiungere l'analisi di un altro prestigioso storico meridionale, Salvatore Lupo, che nella sua Questione (Donzelli, settembre 2015) ricorda che il divario Nord-Sud, dal 1951 al 1971 diminuì dal 51% al 36% per tornare da quell’anno a risalire fino al 41 nel 2009 (ultimo dato disponibile). Insomma, la percezione di meridionali e calabresi sul fallimento del regionalismo trova riscontro nelle analisi degli studiosi. DUE. Impressiona che la furia referendaria di Sì e No abbia oscurato nei giorni scorsi i dati sulla tragedia sanitaria che il Sud sta pagando non con una crescita del disagio ma con le proprie vite. In Calabria nessun politico ha ripreso il tema (complesso di colpa?), se si esclude il richiamo con cui il presidente del Consiglio regionale, Nicola Irto (intervista alla Gazzetta, 23 novembre) lancia l’allarme sulla contrazione dell’aspettativa di vita nel Mezzogiorno. A porre la questione in grande è stata, invece, La Stampa di Torino (profondo Nord) che il 17 novembre, in prima, ha titolato: “La vita al Sud diventa più breve”, e all’interno: “Aspettativa di vita: nel Sud si riduce e torna al Dopoguerra”. I dati dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni, struttura collegata all’Istituto Superiore della Sanità (Iss) si sono poi incrociati, moltiplicando l’allarme, a quelli dell’Associazione italiana medici oncologi (Aimo) riunitasi a Milano, che ha denunciato la fuga dal Sud, specie dalla Calabria, dei malati di cancro.
TRE. Quindi, il Sud dal dopoguerra al 2001 aveva guadagnato una notevole aspettativa di vita (due mesi per anno solare). Dopo il 2001, quando il sistema sanitario nazionale s’è diviso in 21 sistemi regionali, la crescita s’è inceppata, poi invertita. In Calabria, tanto per fare un esempio, le donne (in proporzione) si ammalano di tumore al seno meno che in Lombardia. Ma in Calabria, sempre in proporzione, ne muoiono di più che in Lombardia: non per forme tumorali più aggressive ma più semplicemente (e tragicamente) per la differenza tra i sistemi sanitari. In Lombardia la morte possibile viene ampiamente ridotta, mentre in Calabria, non viene scalfita. La morte possibile è, per tecnici e studiosi, quella che può essere evitata con la prevenzione e l’efficacia della cura. In Lombardia, viene aggredita; in Calabria, no. La prevenzione al seno, spiega l’Osservatorio, coinvolge il 100% delle donne in Lombardia; il 30 in Calabria. Inevitabile maggiore sofferenza e più morte. Vale, più o meno, per gran parte delle malattie. La morte possibile a Sud è più alta del 20% rispetto al Nord. Nei giorni scorsi c’è stata una violenta polemica contro la ministra della sanità che ha collegato la riduzione delle morti al cambio della gestione della sanità che si avrebbe modificando lo sgangherato federalismo italiano che fa capo alle Regioni. A questo giornale l’intervento della ministra è sembrato una speculazione macabra (come ai social, che sono insorti), e infatti non l’abbiamo pubblicato. Ma i dati di autorevoli strutture scientifiche (che forse la ministra conosceva) dimostrano che lei aveva ragione e noi no e che quindi abbiamo sbagliato, a suo tempo, a non pubblicare quell’allarme.
QUATTRO. Per i medici oncologi (Aimo) ogni anno dalla Campania partono in 55 mila per operarsi altrove; in Sicilia 33mila. In Calabria (meno di metà abitanti), 55mila. Per questo la Calabria è finita al centro delle preoccupazioni dell’Aimo a Milano. Fuggono per operarsi altrove il 62% dei malati di tumore al polmone e il 42% al seno. Naturalmente, tra quelli che possono. Un esodo biblico che dimostra che il diritto alla salute è ormai diverso da zona a zona. Un’altra conferma che le criticità si allargano dal disagio alla vita. Un salto terribile.
Responsabilità anche delle classi dirigenti meridionali e della politica? Certo. Ma è anche vero che ci sono state sollecitazioni per fare della sanità (di cui il potere nazionale si è sostanzialmente lavato le mani) uno degli strumenti per lo scambio tra il consenso ai governi di Roma (tutti) e il mano libera ai potentati locali. Sulla pelle di migliaia di persone. E’ questo il quadro da affrontare. Subito, non chissà quando.
Per il 2016 in Calabria sono stimati 10.400 nuovi casi di cancro.