Il piccolo Giancarlo è rimasto in acqua tra i 3 e i 5 minuti prima di essere tirato fuori dalla piscina, quando ormai era troppo tardi. Ed ha sofferto, prima che il suo cuore smettesse di battere. È stata una deposizione shock quella andata in scena nell’aula 9 del tribunale di Cosenza. A salire sul banco dei testimoni davanti al giudice Marco Bilotta è stato l'anatomopatologo Vannio Vercillo, tra i periti che hanno eseguito l’autopsia sul corpo di Giancarlo Esposito, morto il 2 luglio del 2014 nella piscina comunale di Cosenza. Il bimbo era al suo primo giorno al Kinder Garden, la struttura dedicata ai più piccoli. Per la sua morte sono a processo il legale rappresentante della società, Carmine Manna, e le educatrici Franca Manna, Luana Coscarello, Martina Gallo e Ilaria Bove. Secondo l'accusa, il bimbo sarebbe morto per negligenza e imprudenza da parte degli imputati. A causare la morte, come riferito dal perito in aula, è stata una «insufficienza respiratoria acuta» dovuta ad «annegamento in acqua dolce».
Vercillo ha spiegato come l’ipossia, ovvero la mancanza di ossigeno nei tessuti, abbia provocato danni a livello cerebrale per il bambino, che è rimasto in acqua almeno tre minuti, attraversando tutti e quattro gli stadi dell’annegamento.
Se soccorso in tempo, dunque, Giancarlo si sarebbe potuto salvare. La cianosi sul corpo, ha infatti spiegato il perito, ha dimostrato che il bimbo si trovava già nella quarta fase, segno che non vi era più afflusso di sangue al cervello. La produzione minore di globuli rossi ha quindi scatenato la liberazione del potassio, che ha portato all’arresto cardiaco. Dall’autopsia è emersa anche la presenza di acqua nei polmoni, che escluderebbe dalle cause della morte la presenza di patologie congenite, come ipotizzato inizialmente.
Dall’analisi dei tessuti cerebrali, ha detto il perito rispondendo alle domande del legale di parte civile, Francesco Chiaia (affiancato da Ernesto D'Ippolitoe Ugo Ledonne), è emersa la presenza di edema, a riprova della sofferenza respiratoria durata almeno tre minuti, episodi ischemici e la mancanza di ossigeno, a sostegno della tesi che i soccorsi siano avvenuti in ritardo.
«Se fosse stato tirato fuori dall’acqua in tempo si sarebbe salvato – ha spiegato Vercillo -. I tentativi di rianimarlo sono iniziati quando ormai era in arresto cardiaco, altrimenti le possibilità di sopravvivere sarebbero state nettamente maggiori. Le lesioni ischemiche avrebbero potuto causare danni permanenti, ma non certo la morte».
Nella prossima udienza, prevista per il 20 gennaio, verrà sentito il professore Francesco Vinci, dell’Università di Bari, che eseguì l’autopsia sul corpo del piccolo, nonché l’esperto che eseguì la perizia sulla piscina.