C’è una certezza nello scandalo dei precari dell’Asp di Cosenza, che il gip Giuseppe Greco mette nero su bianco: la «mala gestio della cosa pubblica», piegata alle «clientele» da funzionari della Regione e dell’Azienda sanitaria provinciale e, soprattutto, della politica. Sono 142 le persone indagate dalla procura di Cosenza per la vicenda dei precari assunti in periodo pre-elettorale, gli stessi che lunedì avevano manifestato davanti alla Cittadella reclamando il loro anno lavorato di stipendi. Ma per la procura, che ha disposto gli arresti domiciliari per Francesco Mazza, il sindacalista dell'Ugl coinvolto nella vicenda, quei precari non avevano i requisiti per quei posti, elargiti, secondo il procuratore Mario Spagnuolo e l’aggiunto Marisa Manzini, con finalità elettorali. Tra gli indagati ci sono loro, quasi tutti gli assunti dell'elenco trasmesso dall'Asp al dipartimento Lavoro poco prima del 2014. E poi alcuni dirigenti e funzionari della Regione e dell’Asp: l'ex dg del dipartimento politiche sociali, Vincenzo Caserta, Pasquale Capicotto, responsabile dei lavoratori lsu-lpu, l'ex dg Asp Gianfranco Scarpelli, l'ex direttore amministrativo Luigi Palumbo e il direttore del distretto di Rogliano Antonio Perri, responsabile del procedimento.
Ma c’è anche un altro nome forte, che rimane avvolto da Omissis.
Le indagini, dunque, vanno avanti. La politica, infatti, al momento non compare se non in chiaroscuro. Alla base dell'indagine c'è l'ipotesi che tutti abbiano “cospirato” per agevolare i precari, che avrebbero attestato falsamente di avere i requisiti per usufruire dei benefici previsti dalla legge regionale numero 15/2008. Tutto senza impegno di spesa, senza copertura finanziaria, senza riferimenti alle modalità di impiego dei precari. Una serie di carte e timbri falsi, falsi numero di protocollo per rendere tutto lineare. E poi ci sono loro, i precari (o sedicenti tali), che firmano la richiesta per accedere al sostegno al reddito con una falsa data di ricezione (22 luglio 2010). La procura parla di «palese, intemerata e grave violazione d’una pluralità di norme di legge, da ascriversi a funzionari, anche apicali, della Regione Calabria e dell’Asp di Cosenza, quanto per il cospicuo numero di privati cittadini coinvolti, ben 138 (benché solo 136 siano stati poi effettivamente avviati all’impiego presso la menzionata azienda provinciale), mossi dalla comune, disonesta aspettativa d’indebito accesso alle forme di sostegno economico e dalla connessa prospettiva di stabilizzazione lavorativa, presso enti pubblici, contemplate dalla legislazione regionale».
Fatti che per l’accusa destano allarme sociale, non solo per il peso che hanno sulle casse pubbliche ma anche perché «cronologicamente riferibili al periodo immediatamente precedente e subito successivo alle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale del 23 novembre 2014 e proprio quale deprecabile caso d’indebita utilizzazione, per finalità clientelari, di provvidenze regionali».
A far partire le indagini sono state due distinte segnalazioni: la prima da parte dell’allora commissario alla sanità Luciano Pezzi, che «ha dettagliato le consistenti anomalie riscontrate nell’impiego di personale, presso l’Asp di Cosenza, annotando le considerevoli criticità riscontrate in relazione alla coerenza dei requisiti richiesti e ai criteri di assunzione, sia pure funzionale, dei lavoratori beneficiari delle agevolazioni». Lo stesso Pezzi, nella sua segnalazione, aveva evidenziato che la tesi secondo la quale quelle assunzioni rispondevano alla «logica della politica del consenso, più che nell’effettivo efficientamento delle proprie strutture operative» non fosse da escludere, evidenziando, inoltre, che la convenzione tra la Regione Calabria e l’Asp di Cosenza era stata sottoscritta da un dirigente dichiarato decaduto il 23 novembre 2014, per cui, in ogni caso, l’atto sarebbe stato inefficace. L’Asp, inoltre, aveva assunto i lavoratori «in assenza d’idoneo atto deliberativo».
Un’analoga segnalazione era arrivata dal collegio sindacale dell’Asp, che aveva evidenziato come il responsabile delle Risorse umane, con nota del 24 novembre 2014, aveva comunicato «di non essere al corrente di alcuna procedura finalizzata all’utilizzo di personale». L’ultimo atto di questa vicenda era andato in scena qualche giorno fa, quando sia la Regione sia l’Asp hanno scaricato i lavoratori, dichiarando, ognuno per sé, di non avere alcuna responsabilità in merito alla vicenda.
Le responsabilità, invece, sembrano esserci da ambo le parti. Il gip descrive «un quadro indiziario assai solido», che vede pubblici ufficiali adottare «intenzionalmente atti macroscopicamente contro legge, mentre i beneficiari hanno presentato istanze d’ammissione ai benefici falsamente antedatate», in assenza «dei requisiti di legge». Da qui la procura deduce la «deliberata partecipazione di ciascuno dei beneficiari nel comune e concordato programma delittuoso». Mazza, in particolare, viene descritto come spregiudicato e tra i principali artefici del raggiro. Il sindacalista avrebbe raccolto e personalmente consegnato a Capicotto le false istanze dei precari, attivandosi, dopo l’annullamento in autotuela della convenzione, «onde consentire, comunque, il conseguimento dell’obiettivo illecito». Secondo la procura, sarebbe lui il «vero ispiratore della linea difensiva di taluni coindagati» contattati dalla polizia giudiziaria per l’interrogatorio – si legge nelle carte -, «perfino suggerendo il contegno da tenere dinanzi agli investigatori e le mendaci risposte da fornire per sviare i sospetti».