Il servizio delle mense scolastiche non è ancora stato attivato adeguatamente e, tra mille polemiche e tentativi di rattoppo, molte scuole vivono una situazione di disagio.Ma- come è noto- nella nostra cultura reggina il consumo dei pasti è sacro e inviolabile e non si nega a nessuno. Per questo motivo, per ovviare ai disservizi nelle scuole, è nata una mensa a cielo aperto, con orari diurni e notturni, facilmente raggiungibile anche a piedi.
Al contrario delle zone perimetrali che godono del servizio di raccolta differenziata porta-a-porta, le vie del centro cittadino sono ancora abitate dai grossi bidoni della spazzatura che se ne stanno, muti e solitari, lungo i marciapiedi: è qui che si consuma il peggiore degli scenari di una povertà disarmante e dolorosa, solo per gli occhi. Dai cassonetti non emergono soltanto i gatti spelacchiati, ma si vedono gli uomini.
Felini nei gesti e nello sguardo, guadano la piscina dell’indifferenziata, immersi tra i sacchetti, alla ricerca di uno scarto commestibile, hanno occhi grandi e attenti e sono avvolti dalla pietà di sé stessi. Guardano, ma non guardano. Cercano, strappano, un po’ addentano.
Esiste una consistente fetta di esseri umani che si rivolge alla spazzatura come mensa.
Esiste un mondo che non ci siamo immaginati, che ci sembrava solo una costruzione fantasiosa dei film americani, dove i clochard chiedevano l’elemosina, con i guanti tagliati e le mani dritte a tenere le tazze con gli spiccioli. Poi, però, passava di lì il benefattore di Wall Street, nel secondo tempo il povero diventava ricco e tutto finiva bene così potevamo andare a letto tranquilli.
Un paio di mani appaiono lungo il cassonetto. Stringono un panino stantio, zuppo di acqua piovana. L’anima accartocciata e gli occhi bianchi senza speranza, di quegli occhi che il lieto fine non li hanno mai visti o, forse, non ci credono più. Dietro, un uomo panciuto corre. Smaltisce con senso di colpa l’opulenza e la grassezza dei bagordi natalizi. Ha un crampo al quadricipite: si ferma, beve a grandi sorsi una bibita blu, poi riprende la corsa e sparisce nel buio.
La povertà e la fame fanno orrore e creano confusione nell’uomo medio. Scatenano sentimenti quali ribrezzo, schifo, indignazione. Perché moriamo di fame? Di chi è la colpa? Della crisi economica, dei politici ignavi, di noi stessi, di Dio. E non necessariamente in quest’ordine. Oppure la risposta va ricercata più vicino, nelle immanenti contingenze?
Vige una società in cui le disparità non sono un incidente capitalistico, ma sono sapientemente calibrate, disciplinate da regole scolpite nella pietra, invincibili e immutabili nei secoli. Una società in cui le strade sono asfaltate solo per il carro dei vincenti, in cui si innalzano cori superomistici ai migliori, in cui gli spazi vengono elargiti come un dono solo per chi ha studiato, chi ha guadagnato, per chi ha scalato con i picchetti della ragione i palazzi più alti del potere. Non sono concessi sconti, non sono ammessi errori, crisi, esitazioni. A tutti gli altri non resta che mettersi in coda, alla mensa.
È una realtà immonda, folle, senza giustificazioni, dolorosa come i crampi della fame.