A “festeggiare” i 25 anni di Mani pulite nel tempio della magistratura italiana (il tribunale di Milano) c’erano 4 gatti. Il pontefice massimo chiamato ad officiare il rito era il principale protagonista di quella stagione: Antonio Di Pietro. Ma è servito a poco. Perché il flop?Certo l’irreversibile declino politico di Di Pietro è una prima spiegazione. A quella stagione la magistratura italiana deve molto, anzi moltissimo. Senza Mani pulite mai le toghe avrebbero potuto assurgere ad un ruolo, se non egemone, almeno di protagonista assoluto della vita politica ed istituzionale del Paese. Non sarà un caso che l’ultimo epigone di quella stagione, il procuratore Paolo Ielo, si stia letteralmente spolpando Virginia Raggi, ossia non solo il potente sindaco della capitale d’Italia, ma uno dei simboli del rinnovamento (presunto) della politica italiana. Al di là delle intenzioni il messaggio è chiaro: non c’è speranza di futuro o di cambiamento senza il vaglio delle toghe che ti sezionano e ti controllano da parte a parte. Se il check va male, si torna indietro e si prendono legnate. La più grande forza politica del Paese (stando ai sondaggi) rischia di cadere sotto i colpi delle inchieste e, se le elezioni saranno veramente nel 2018, il destino della Raggi è segnato. Grillo la scaricherà in poche settimane, puntando a far dimenticare l’incidente se le urne sono tra un anno.
Chiarito il punto e, quindi, come si sono organizzati i rapporti di forza nel Paese dal 1992 in poi, verrebbe da chiedersi perché il feticcio di Mani pulite ha così pochi adoratori. Le risposte potrebbero essere molte e, in parte, risiedono nella convinzione di gran parte della popolazione che questo cripto-governo delle toghe che si fa beffe della saggezza popolare e della sua capacità di scelta democratica (“avete visto chi avete votato, fessi?”) non sia a lungo sopportabile.
Anche a Reggio la stagione delle manifestazioni, della scorta civile, delle candele, dei riti sotto i palazzi di giustizia si è spenta senza grandi rimpianti. La gente vive l’azione delle toghe con un misto di preoccupazione e di curiosità perché forse ritiene quello giudiziario un potere senza controlli e contrappesi. A poco serve dire che ci sono garanzie e tre gradi di giudizio. Molti pensano (e sussurrano a basta voce) che la corporazione dei magistrati è interamente autoreferente, che manchi un vero controllo sull’operato dei giudici, che il CSM (eletto dalle correnti delle toghe) non eserciti in modo imparziale ed efficiente il proprio compito. Insomma l’opinione pubblica si sente in balia di un ceto politico, democraticamente eletto, ma incapace (se non o peggio) e di un ceto sacerdotale che vuole essere celebrato e vezzeggiato, ma che non sopporta verifiche o censure. Perché mai dovrebbe festeggiare l’avvento di una stagione che desta preoccupazioni? Il male necessario delle indagini sulla politica, alla fine, offre la percezione di uno scontro tra poteri per la leadership sostanziale del paese e qualcuno pensa, dalle Alpi alla Sicilia, che la giustizia non sempre sia esercitata - come recita la Costituzione - "in nome del popolo italiano".