Il sindaco di Cassano, Giovanni Papasso, mi ha invitato all’inaugurazione degli Scavi Archeologici di Sibari che riapriranno sabato alla presenza del ministro Franceschini. È una bella notizia. Per la Calabria, per il Paese, per il patrimonio culturale del mondo. E anche per me. Per la bella battaglia che con il mio giornale portai avanti nel gennaio 2013.Quella mattina, era lunedì 21, ebbi netta la sensazione che a Sibari fosse avvenuto qualcosa di molto grave. Gli scavi archeologici della mitica città, simbolo di raffinatezza e lusso in ogni angolo del pianeta, il cui aggettivo è entrato nel linguaggio comune di ogni paese, erano stati sommersi da un mare di acqua e terra, ventimila metri cubi, proveniente dal Crati. Sul posto la situazione apparve in tutta la sua drammaticità. L’area archeologica era scomparsa, gli argini del fiume, non curati e protetti, erano straripati, le idrovore non erano sufficienti così come erano saltati gli impianti di sollevamento. Per quanto rilevante fosse stata la piena, era evidente che quel disastro era avvenuto per chiare e precise responsabilità di uomini e istituzioni.
“Fango su Sibari” il titolo, e “Salviamo Sibari” l’appello e l’impegno. Così, con un reportage, ebbe inizio una campagna lunga e appassionata che coinvolse intellettuali e cittadini, istituzioni culturali e associazioni, a partire dall’Unical fino al sindacato (la Cgil con il suo segretario Michele Gravano scese in campo spendendosi anche finanziariamente con un rilevante contributo per la sottoscrizione di fondi). Questo impegno confluì in una giornata di iniziative all’Unical dove tra l’altro fu consegnato l’assegno delle somme raccolte al presidente della Fondazione Carical, Mario Bozzo, per destinarlo ad un’opera nell’ambito della rinascita del sito archeologico. Quasi come in un disegno prestabilito chissà dove e da chi in quel giorno giunse nella grande sala dell’Ateneo la notizia della morte di Saverio Strati, lo scrittore “esule” per sua scelta a Scandicci e dimenticato dalla sua gente: era stata un’altra nostra campagna a “riportarlo in vita” e a procurargli i provvidenziali benefici della Legge Bacchelli.
Tornando al fango di Sibari, emersero, via via, le responsabilità e fu particolarmente stucchevole il balletto di responsabilità tra Regione e Provincia di Cosenza con in mezzo un commissario. Io scrissi tra l’altro un editoriale in cui chiedevo le dimissioni (istituto alquanto sconosciuto in questo lembo d’Italia) dell’assessore regionale alla cultura, Mario Caligiuri, e del presidente della Provincia, Mario Oliverio, il quale per di più in quei giorni era assente perché impegnato a fare la campagna elettorale per un candidato del Pd al Senato nel non vicino Canada.
Il fango faticosamente e lentamente fu tolto. E fu un’operazione non semplice perché bisognava evitare di procurare danni alle pietre preziose che da esso erano state ricoperte. Poi venne il resto, con impegni e progetti. Oggi finalmente quel luogo leggendario ritorna patrimonio dell’umanità. La cura del territorio, come le cronache calabresi e nazionali insegnano, non è nelle corde di questo paese. Ed è sempre tardi e poco quello che si fa per metterlo in sicurezza. Lo si deve alle comunità e lo si deve alla civiltà, ma la Calabria ha a Sibari qualcosa che le appartiene e che allo stesso tempo non è suo perché è un bene dell’umanità. Sibari avrebbe richiesto ben altra attenzione, sicuramente più di quella che si può dedicare a una campagna elettorale o alla gestione del potere. La lezione è questa. Ora si riparte. Auguriamoci con il piede giusto. E con la guardia mai abbassata.