Era d’estate, a Reggio la prima nazionale del film su Falcone e Borsellino

Era d’estate, a Reggio la prima nazionale del film su Falcone e Borsellino
ERA DESTATE
Sono trascorsi XXIV anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Era d’estate, chi lo può dimenticare? Era d’estate anche quando i due magistrati Falcone e Borsellino scrissero la sentenza del maxi-processo lontano da Palermo, sull’isola quasi deserta dell’Asinara, dove erano stati trasferiti in tutta fretta con le famiglie.  “Era d’estate” è anche il titolo del film di Fiorella Infascelli, presentato in anteprima nazionale a Reggio a cura del Circolo del Cinema Charlie Chaplin e dell’“Area Reggio Calabria”, componente dell’Anm. La sala gremita non solo dagli spettatori, ma da associazioni come Reggio non tace, Libera e tanti magistrati, come Stefano Musolino, che insieme a Claudio Scarpelli, presidente del Circolo C. Chaplin e alla regista, dopo la proiezione, hanno commentato il film col pubblico.

Un  film di questo genere (la Infascelli, è stata aiuto regista di Pasolini e Bertolucci) poteva essere un azzardo, invece il pubblico l’ha apprezzato proprio per il suo tratto atipico.  Di Falcone e Borsellino, come di tanti altri uomini dello Stato vittime di mafia, si corre il rischio di farne belle icone. Statue di santi sugli altari, da venerare, ma distanti da noi. Quando si parla di loro come eroi è facile scivolare nella retorica.  Così loro muoiono un’altra volta e noi continuiamo a voltarci dall’altra parte, evitando di soffermarci sulle nostre piccole grandi scelte personali di responsabilità civile e di legalità.

Difficile, girando un film sugli uomini che con la loro vita hanno una volta per sempre affermato che la mafia esiste, avere uno sguardo altro. Penetrante e lieve insieme, che si sofferma sull’aspetto più ovvio: il tratto umano.  Il lavoro artistico della Infascelli può dirsi sotteso tra due coordinate dell’anima: sguardo e ascolto.  Sguardo decisamente femminile, per intuizione, creatività e la libertà da schemi.  Rovesciando la prospettiva che ci pone solitamente a distanza dall’uomo delle istituzioni, soprattutto se impegnato ad alti livelli nella lotta alla criminalità. Se è un uomo sotto scorta. Solitamente vediamo film che evidenziano il rapporto del poliziotto o del giudice che indaga con i colleghi.

Qui, invece, vediamo Paolo e Giovanni scherzare, litigare, fare nuotate, affrontare l’angoscia dell’abbandono e del fallimento che il processo non si possa concludere se i faldoni non arrivano in tempo. La gioia per non essere stati abbandonati dallo Stato. Almeno in quella occasione. Scopriamo l’ironia e la misura del primo, la passionalità e l’irruenza dell’altro. Come due persone comuni, come tutti. E vediamo anche il loro metodo.  Disciplina, lettura delle carte, memoria storica, competenza. Spulciano fino allo sfinimento le carte in cerca di sentenze della Cassazione che possono servire. E si raccontano esperienze fondanti. Come il rapporto tra Falcone e Buscetta, certamente non asettico e formale. E poi ci sono le solitudini di tutti gli altri. Lo spaesamento di trovarsi di colpo su un’isola piccolissima, controllati a vista. Il disagio dei più giovani, come Lucia e Manfredi. Il ritrovarsi in una dimensione che a poco a poco li unisce, donando loro una parvenza di libertà, forse per quel mare infinito che li abbraccia difendendoli, forse per quell’intimità ormai perduta in Sicilia.

Quando lo zoom si indirizza alla volta dei sentimenti, ci vuole un buon equilibrio. Che si racconti di quell’estate del 1985 quando i due magistrati vengono scortati con le famiglie da Palermo all’Asinara, per quella incredibile “vacanza coatta”, è come toccare una materia incandescente col rischio di ustionarsi. Si possono riaprire ferite mai del tutto cicatrizzate. Occorre uno sguardo lieve e carico di rispetto, ma anche privo di timori reverenziali, che finalmente cancelli le icone delle nostre retoriche e parate, ci faccia dimenticare gli eroi e ci restituisca gli uomini.

Di umanità e di umanesimo questa realtà corrotta e cupa ha un bisogno estremo. E forse non è un caso che questa anteprima si sia tenuta a Reggio Calabria. L’Infascelli per girare il film ha seguito un’intuizione. Durante un documentario girato all’Asinara, la fascinazione del luogo e quel frammento di vita vissuto per una breve stagione da due nuclei familiari, provocano la collaboratrice di Pasolini e Bertolucci. Ma se scrivi una storia, che diventerà un film o un libro, ed è storia vera, per giunta con un epilogo tragico, allora rischi grosso. Puoi fare un fiasco perché può venir fuori un melò.  I protagonisti possono sconfessarti, non sentendosi o non volendo essere rappresentati.  Interviene la seconda coordinata, l’ascolto.

La regista, spiega di aver incontrato Manfredi, il figlio di Paolo ormai adulto, commissario di Polizia in Sicilia. Gli parla e poi riesce a vincere le resistenze di Agnese, la moglie di Borsellino. Forse, oltre alla realizzazione del film, questa è stata l’impresa più bella e appassionante. Soprattutto quando la moglie di Borsellino, di fronte al giusto senso di responsabilità e ai dubbi che interrogano l’autrice, la sprona ad andare avanti, a farlo questo film. Come una sorta di benedizione e di viatico. Così “Era d’estate” ci restituisce attraverso un luogo straordinario del Mediterraneo, un frammento indimenticabile della nostra Storia, un intreccio indissolubile di privato e pubblico, una testimonianza per tutti.  E’ dall’umanità più profonda di due uomini e dagli affetti che li circondavano, dall’intreccio delle loro storie che si è potuto istruire il processo contro la mafia più importante di questo secolo.