Reggio sotterranea e i reggini discesi, un po’ troppo, dalla Magna Grecia

Reggio sotterranea e i reggini discesi, un po’ troppo, dalla Magna Grecia
scavi
Tutte le volte che a Reggio si scava viene fuori qualcosa. Quando non accade vuol dire che il reperto è già stato rubato,  distrutto o che si tace. La città è posata su quasi tremila anni di storia, a volte gloriosa e ricca, per la maggior parte oscura e trascurabile. Ma quando le ruspe cozzano contro antiche murature, ecco nascere in noi l’orgoglio, soprattutto per i trascorsi Greci o, al limite , Romani.

A Piazza Garibaldi rivedono la luce costruzioni dimenticate. Il cuore batte forte, l’interesse aumenta a dismisura, si fanno congetture. Anche io, con la mia fantasia malata d’esagerazione, mi cimento.

Una tomba, si sostiene. Un mausoleo, addirittura. Forse quello di Antinesto, il primo tra i Calcidesi a metter piede “laddove l’Apsias (il Calopinace), il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio (una pianta di vite attorcigliata attorno ad un ulivo), là fonda una città!” come aveva recitato l’oracolo di Delfi.  Intorno al 730 a.C. la terra era già abitata dall’antico popolo degli Ausoni, presto integrati dalla superiore civiltà devota a Zeus.

Forse si tratta di un palazzo, magari la sede del Consiglio dei Mille, una specie di antesignano di tutti i parlamenti. Perché Reggio era già una repubblica, mentre altrove gli uomini avevano la coda. Ma questo è solo un particolare, perduto nella nebbia della storia.

Oppure la sede di un convivio artistico. L’abitazione di un qualche mecenate dove si riunivano Clearco e Pitagora (scultori), Teagene ed Ibico (poeti), Elicaone e Pitio (filosofi) a bere vino e discutere sui massimi sistemi. O forse lì si esercitava con la cetra il musico Aristone, che però venne battuto dal suo pari Eunomo (di Locri) nei giochi Pitii a Delfo. Ma solo per merito di una cicala che, era risaputo, non aveva simpatie per chi abitava oltre l’Amendolea.

Ci piace immaginare, amiamo ripensare  questa cittadina di casupole bianche sparpagliate sullo Stretto, abbarbicate attorno a grandi templi colonnati, a costruzioni governative imponenti, a piazze, mercati, teatri e terme. I visi degli antenati riprendono forma, li vediamo assorti nelle occupazioni quotidiane, la fantasia vola e la commozione ci permea, abbagliati da sempre dallo stesso sole e dal suo riflesso in questo braccio di mare, lo Stretto, da sempre suggestivo.

Tutta Reggio Calabria è costruita sui millenni. Dal sottosuolo giungono gli echi di una storia antica, di contese e accordi, di sfide e rivalse. Ci giunge la consapevolezza di una civiltà primordiale, di una appartenenza ancestrale. Sappiamo tutti ciò che è nascosto sotto le nostre case, sotto le strade. È la stessa brace che consuma i cuori dei reggini. Sopita, nascosta, sotterrata.

Dovremmo scavare dentro di noi, oltre che occuparci a ridare dignità alla storia ed ai suoi resti. La Reggio sotterranea non è solo quella fisica, di pietra e malta. Si tratta piuttosto di una volontà sommersa, che ci fa guardare al passato con esclusiva ammirazione, senza discernimento, senza considerare che le condizioni attuali sono le migliori in assoluto mai vissute dagli abitanti di questa nostra città (istruzione, igiene, economia, medicina, giustizia, libertà, divertimento, cultura, e tutto il resto), e che le premesse per progredire ed essere migliori ci sarebbero tutte, un occhio alla Magna Grecia e l’altro al futuro.

Altrimenti continuerà ad avere ragione quel perfido toscanaccio che sosteneva che discendiamo dalla Magna Grecia, ma siamo discesi davvero troppo.