LA PAROLA e LA STORIA. Petràta, Mpetràri, Spetràri

LA PAROLA e LA STORIA. Petràta, Mpetràri, Spetràri
pietrate   Petrata, colpo inferto con una pietra per correggere il bestiame o nelle frequenti sassaiole tra giovani di opposte contrade.

Le pietre di piccole dimensioni venivano scagliate (se con molta violenza emettevano un sibilo cupo, zurriavanu, dallo spagnolo zurrir, ‘voz onomatopéyca, sonar bronca’, cioè come il bronzo) mentre quelle più grosse venivano lanciate sottomano.

Con le pietre venivano abbattuti anche i frutti alti, irraggiungibili. Spesso occorrevano diversi tentativi ma i bambini, specializzati in questi lanci, di tempo ne avevano. D’altra parte chi trova la dispensa addobbata di tanti frutti, anche esotici, non può intendere cosa significava per un bambino assetato e affamato l’abbattimento di una bella pera che se ne stava superba in cima alla pianta.

L’attività divenne metaforica per indicare che l’insistenza prima o poi produce i suoi frutti: li tanti petri jèttanu la nuci / a forza di scagliar pietre anche la noce viene abbattuta.

Mpetrari sta per l’italiano impietrire, indurirsi di qualcosa che prima era  molle (ad esempio un impasto di calce o cemento). Per impietrire da spavento o da meraviglia si usa restari di màrmuru: vi dicu professuri chi restai di màrmuru, ci disse uno ndranghetista (confinato in un paese della bassa vicentina dove tanto tempo fa iniziammo la nostra carriera di insegnanti) comunicando il suo disagio per le ‘molestie sessuali’ di un giovane gay nei suoi confronti.

Spetrari significa invece togliere le pietre di mezzo al campo per facilitarne la coltura.

In presenza di grandi massi occorreva, non di rado, ricorrere all’esplosivo. Con mazzetta e scalpello veniva praticato un foro di mezzo metro o anche più al centro del masso, vi si inseriva dentro la miccia con il detonatore e poi l’esplosivo: polvere nera stipata con delicatezza fino a riempire il foro. Poi si accendeva la miccia e si scappava a ripararsi dall’esplosione che spesso lanciava lontano pietre di grosse dimensioni.

A volte l’esplosione non avveniva e allora occorreva tornare sul posto con molta circospezione, introdurre acqua dentro il foro e ‘sminare’ pian piano l’innesco. Talvolta qualcuno ci rimetteva la pelle.

Petruddhi erano le pietruzze; quando finivano dentro le scarpe occorreva assolutamente levarle, anche in senso metaforico.

Petruddhi
era anche un gioco da bambini in cui si disponevano per terra quattro pietruzze, agli angoli di un quadrato immaginario di dieci cm di lato, e poi si lanciava in alto una quinta con l’obbligo di raccoglierla senza farla toccare a terra e dopo aver raccolto a turno le altre quattro collocate al suolo. Vinceva chi riusciva a raccoglierne di più senza far cadere a terra quella lanciata in alto. In Calabria centro settentrionale il gioco era noto come petricej o anche petricinguli.

Petrulli è un cognome bovese analogo al greco Petroulis.

Era abbastanza diffuso l’aggettivo petrusu, duro; accoppiato per lo più a cori  formava un sintagma che stava per ‘cuore duro’, insensibile, impenetrabile perché non lasciava fessure attraverso le quale l’animo degli altri potesse insinuarsi.

In genere erano i ricchi che avevano u cori petrusu e i poveracci sognavano sempre di spaccarlo quel cuore indurito: PORCA LA TALIA / PORCO LO RE / E PORCO GARIBARDO / GIUDA DI COLONNELLO / CHE CI DISARMO’/ VIVA LO POPOLO / VINDITTA SOPRA VINDITTA / AMARO A CHI / PER SORTE SI APPRESENTA  / ANCORA A ME / E DICE PATRIA UNA E MONARCHIA / FACCIO CHE FECI A / NOTARO BARTOLO / CAPO DI COSCA E DI LATRONERIA /CON LE MANI LO STROZZO / E SPACCO IN DUE / LA PETRA SUA DEL CORE (Invettiva n. XI dei contadini di Alacalà Li Fusi dopo il fallimento della rivolta antisignorile del 1860, registrata da Vincenzo Consolo in Il sorriso dell’ignoto marinaio, ora in L’Opera Completa, Milano 2015 p. 249).

Petri di chiumara erano quelle levigate dall’acqua corrente, senza appigli. Per non essere trasportate a valle dovevano fare u lippu, cioè una gelatina erbosa e scivolosa che le mantenesse sul fondo facendo scivolare l’acqua.

Petra di l’aria, lastrone alto dieci centimetri o poco più, di forma allungata (circa 40 X 80 cm) con una scanalatura a venti cm sul lato lungo per l’incatenatura, veniva legata al giogo dei buoi e trascinata sopra il grano per fracassarne gli steli e le spighe.

Petra di mulinu, grande cilindro di granito di diametro superiore al metro, con un buco in mezzo in cui si incardinava il giogo per l’asino che doveva farlo girare nella molazza. Si usava la maledizione chi mi chiovi petri di mulino (che possa piovere pietre di mulino) o, nell’espressione sdrammatizzante, puru chi chiovi certu non chiovi petri di mulinu.  

Petra di focu era la pietra di silice con cui alcuni contadini, ancora agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, accendevano il fuoco; si accoccolavano a terra, incastravano una canna di fèrula secca tra le ginocchia e poi strofinavano sopra di essa due scaglie di pietra fino a che la scintilla si innestava nella ferula e pian piano si allargava; con essa ci s’accendeva la sigaretta ed anche qualsiasi altra cosa. Maestri nell’arte focaia, nella zona condofurese che si stendeva tra Monte Tichìa e il mare, erano i fratelli Giuseppe e Tommaso Sgrò.

Petra di coni, dal greco akónē-ēs, pietra per affilare, e  akonao, affilo; di essa erano fatte le mole a forma di cilindro appiattito che venivano fatte girare da una maniglia  che le attraversava e le sosteneva su un cavalletto di legno. Per addolcire la pietra vi si faceva scivolare l’acqua durante l’affilatura.

C’erano alcune persone (mmolafòrfici) che si dedicavano, in tutto o in parte, all’affilatura per conto terzi giravano per i paesi con la mola montata sul portabagagli della bicicletta.

Le affilature particolari, specie quelle dei coltelli da macello, venivano ricompensate adeguatamente Rimase famoso il detto di uno mmolafòrfici che, sollecitato da un cliente poco generoso nei pagamenti a garantire anticipatamente la buona riuscita della affilatura, così rispose: Comu mi la paghi ti la mmolo!, (“Te la la affilerò in modo adeguato a come mi pagherai!”).

L’espressione veniva ripetuta a quanti vorrebbero pagare male o per niente e, nel contempo, pretendono che gli altri facciano le cose a regola d’arte.