Anuri, onuri, onore, nuratu-a (onorato-a) , sdisonoratu-a,(disonorato, mascalzone) sono le sole parole che si registrano nel calabro romanzo e che concernono un elemento rilevante della tradizione morale dell’Occidente (Rohlfs addirittura cita soltanto le prime due).Nelle altre lingue romanze (italiano, spagnolo, francese) ci sono lemmari ben più consistenti e sdisonorato deriva con tutta probabilità dal castigliano ove si registrano deshonra, disonore, deshonrar (disonorare), deshonrador (disonoratore) deshonroso (disonorante).
Quindi proprio la lingua dei calabresi non ha voci per esprimere adeguatamente il concetto di ‘onore’, pur rilevante nell’immaginario popolare dove si identifica con la difesa dell’onore delle donne appartenenti alle famiglie; il mitico Antonello capobrigante calabrese di Vincenzo Padula trova assurdo non vendicare l’onore perduto perché, non disponendo di altro, questo costituisce la sua unica ricchezza.
E sull’onore delle femmine di casa (sull’anuri i me mugghieri, i me figghia, i me mamma) si giura e si sacramenta solennemente con qualche variante locale: nell’area di Locri si usa l’espressione sull’honestu i me mamma, me soru, me fìgghia portando così a compimento quella identificazione dell’onore con l’onestà - fedeltà delle donne di casa di cui il maschio (padre, marito, fratello) è supremo garante, fino all’omicidio di chi lo macchia.
Questa responsabilità ‘solidale’ dei maschi nella difesa dell’onore indica la sostanza ‘tribale’ del precetto che impone il versamento del sangue; nascere in una famiglia ‘onorata’, che offre al maschio l’’onore’ e ne prescrive l’obbligo di difesa, genera una condizione simile all’Hidalquia, nobiltà, (da Hidalgo, Hijo de algo, figlio di qualcuno) che però non è gratuita.
Come si difendeva l’onore nella civiltà contadina?
Naturalmente escludendo gli estranei dalla mura domestiche ( cu ndavi casi grandi mi menti spini e non mi dassa lloggiari furisteri!), stabilendo i legami indispensabili con persone extrafamiliari che abitano lontano (maritu di ruga e Sangiuvanni di Roma) e, naturalmente, segregando la parte femminile.
Sintomatica una storiella musicata da Profazio in cui mamma e figlia partono a piedi da un paese della Piana diretti in Puglia: doppu na simana bona / arrivaru a Cutrona !, / dopu n’autra simana / arrivaru a Villapiana! / Alla fini via Matera / arrivaru ad Altamura / arrivati ad Altamura / la mamma è prena e la figghia pure.
Il cantastorie ricava le seguenti Morali: a) La gaddhina chi camina / s’arricogghi c’a bursa china! b) La gaddhina / si perdi si troppu camina!; c) la gaddhina chi troppu anda / pìgghia e rùmpinci na gamba!; d) li: non levari fìmmini girijandu / si prima no rrivanu a ottantun’annu.
Naturalmente la segregazione, il chiudere le donne in casa, a volte non è sufficiente perché quando l’amuri voli trova locu e u curnutu u sapi sempri pi urtimu! (il cornuto scopre le corna sempre dopo degli altri).
E allora? La cosa migliore, al di la degli ostacoli, è il timore che la tribù dei carcerieri incute: infatti Fucili guarda vigna no sipala (il fucile guarda la vigna non la siepe).
C’è però asimmetria nel giudizio sulle infedeltà se quella femminile viene punita adeguatamente solo con la morte mentre quella maschile diventa addirittura un titolo di vanto sociale. Ma la cosa ha origini lontane ed ha a che fare con la condizione di sottomissione della donna, con la sua debolezza davanti al maschio, oggi macroscopica nel Sud e nell’Est del mondo ma dal Medioevo fino a qualche decennio fa consolidata fin nei gangli delle istituzioni giuridiche occidentali.
Si pensi all’art. 587 del codice penale (abolito in Italia soltanto nel 1981) in forza del quale chiunque cagionava la morte del coniuge, della figlia e della sorella nel momento in cui ne scopriva l’illegittima relazione carnale e nello stato di ira determinato dall’offesa recata all’onor suo e della famiglia, veniva punito con la pena irrisoria che andava da tre a sette anni.
Anche i sommovimenti politico-giuridici più rilevanti come la Rivoluzione Francese non incisero più di tanto in questo campo.
Si veda la previsione del Codice Napoleonico: “se il marito, sorprendendo la moglie in flagrante delitto di adulterio nella casa coniugale, commette un assassinio, il codice lo ritiene scusabile. In circostanze analoghe ma inverse, un assassinio commesso dalla moglie è senza scuse!” (J. Godechot, Les istitutions de la France sous la Revolution e l’empire, Parigi, 1951, p. 599).
Ma l’onore di un uomo consiste soltanto nella fedeltà delle donne della famiglia?
Sicuramente quella è magna pars e, a volte, costituisce una precondizione di accessi ad altre forme d’onore.
Ad esempio è uomo d’onore il lavoratore che esegue con competenza il suo lavoro, che mantiene la parola data (omu di palora, omu chi si teni di la palora), che paga con puntualità i suoi debiti: l’omu puntuali è patruni di la sacchetta di l’autri (l’uomo puntuale può disporre anche della borsa degli altri).
E’ noto per esempio che chi è disonorato, che non ha saputo difendere il suo onore, non viene affiliato alla ‘ndràngheta e colui che perde successivamente l’onore ne viene escluso.
Ma non sempre gli ndranghetisti rispondono al principio della parola data, della sincerità nel dialogo con gli altri; essi stessi, negli statuti finora sequestrati dalle forze dell’ordine, fanno appello ad un duplice principio: la politica, fondata sulla lealtà verso l’interlocutore quando questo è un altro uomo d’onore, e la farsa politica, intesa come simulazione-dissimulazione, da attivarsi nei rapporti con gli estranei all’organizzazione e, soprattutto, con le forze di polizia e con la magistratura.
Ma una appresa e legittimata l’arte della simulazione è difficile pensare che il mafioso non la applichi anche nelle situazioni in cui si trova in cospetto di mafiosi concorrenti o avversari o anche nei confronti di persone che prima erano amici e che adesso non lo sono più.
Sicché potremmo dire che nella ‘ndràngheta prevalga la ‘farsa politica’ che porta inevitabilmente alle ‘tragedie’, cioè alle trappole mortali tesi da alcuni nei confronti di altri.
Sono state queste caratteristiche della ‘ndràngheta a tener lontano da essa il brigante Musolino (nonostante recenti calunnie di presunti storici che vorrebbero presentarlo come un killer): in uno spezzone di intervista (riprodotto in Il Brigante Musolino, Reggio Calabria, disco Elca Sound 2002) egli dice (alla lettera): ‘A me mi volevano nella mafia, per la questione dell’onore! Ma io non ci sono voluto entrare perché lì dentro ci sono troppe infamità!’.
Dunque Musolino, uomo d’onore quanto pochi altri lo furono perché intransigente vendicatore di ogni torto subito, non entra nella mafia ‘perché lì ci sono ‘troppe infamità!’; detto altrimenti, l’onore e la lealtà mancano proprio nelle associazioni che si dicono onorate e che invece applicano sistematicamente la simulazione e la ‘farsa politica’.