Merda, risultato finale del processo digestivo di quasi tutti gli esseri viventi, epifanie e nomi variegati in ogni lingua, è calco di analoga parola latina che Semerano collega al verbo accadico redu, evacuare escrementi, spurgare.Nelle società contadine, dove non esistevano luoghi deputati allo smaltimento che sono frutto e necessità della vita urbana, la merda degli uomini si univa a quella degli animali e finiva per avere un ruolo fondamentale nella concimazione della terra.
Ricordiamo la desolazione di un vecchio sardo che, negli anni settanta del secolo scorso, assumeva come indice di decadenza proprio il fatto che la merda già allora finiva direttamente nel cesso senza che uno la potesse controllare: quando fia piccoccheddhu deu a su mancu non l’abbaidaiamos (quando ero bambino io almeno ce la potevamo guardare) – diceva sconsolato.
E non era poco perché per secoli, da Ippocrate in poi, l’osservazione degli escrementi ha permesso di individuare i malesseri del defecante.
Quando un bambino piangeva per qualche capriccio e chiamava con insistenza – Papà!!! - non era raro che si sentisse rispondere, anche da persone diverse dall’invocato, - Merda scatà !!! –; invettiva costituita anche dall’aggettivo sostantivato greco classico skor-scatòs, sterco, escremento, donde scatologia, franc. scatologie, trattazione giocosa di argomenti relativi agli escrementi.
In ambito scatologico, a parte la bella definizione dantesca dello stomaco (… tristo sacco // che merda fa di quel che si trangugia … Inf, XXVIII, ww 26 e 27) è famosa l’iniziativa dello scultore Pietro Manzoni (Soncino 1933-Milano 1963) che, per protestare contro la mercificazione del lavoro artistico prodotta dalla società capitalistica (richiedente novità in continuazione agli artisti quotati) e per dimostrare che il mercato dell’arte fa circolare anche gli escrementi, mise in vendita 90 barattoli di ‘Merda d’artista’, numerati progressivamente, quasi fossero copie xilografate di una qualsiasi opera d’arte, con tanto di firma autografa sul tappo; sull’esterno dei barattoli una scritta assicurava che il contenuto era ‘Prodotto personalmente e inscatolato nel maggio 1961’.
E, a proposito di forme escrementizie, come dimenticare i versi dello strambotto romanesco: Fiore de mmerda / ho ffatto ‘na cacata longa e larga / che pija Piazza Navona e la Minerba (R.Corso, p. 189).
Le cacate lunghe venivano assimilate dai calabresi alle corde, come nell’espressione, ‘e chi, stai cacandu cordi’ detto a chi si chiudeva in cesso, e il bagno in casa era uno solo, facendo cacare addosso gli altri che facevano la fila.
Ma la parola indica anche l’omosessuale attivo (omu di merda, in napoletano omm’i merda), anche senza l’omu davanti.
In ogni caso, intesa in segno letterale o metaforico, la merda non occorre smuoverla: la mmerda cchiù si mania (mescola) e cchiù puzzza.
Erano molto usate: mmerdusu, smerdusu, (uomo lurido, porcheroso) attenuato in mmerdusìcchiu-smerdusìcchiu quando veniva riferito ai bambini, nonché il verbo smerdiari, coprire di merda, denunciare le malefatte di qualcuno, additare le sue porcherie.
- Cumpari Pe’, Tirana i smerdiàu stamatina! – era il monotono annuncio che mi faceva mio compare Turi Battaglia di Mèlito, comunista senza macchia e senza paura, che apriva la sua giornata con l’ascolto di Radio Tirana; la quale, ovviamente e quotidianamente, copriva di insulti e di male parole i capitalisti per la gioia dei suoi ascoltatori che si trovavano al di qua della ‘Cortina di ferro’.
In ogni caso non bisogna dimenticare il caddòzzulu, sterco di forma vagamente sferoidale prodotto da cavalli, asini, capre, pecore. Probabilmente è un calco, con l’epentesi finale, del siciliano cadduòzzu su cui si è soffermato Sciascia: “Rocchio. Pezzo di salsiccia tra due legature. Ma si dice ‘è un cadduozzu’ di persona ingenua, sprovveduta, ignorante. In questo senso la parola è caduta come soprannome ad una famiglia di proprietari terrieri da cui per due o tre generazioni sono venuti fuori dei personaggi che se ne resero degni. Ne restano comici detti. Di quello che, mandando la criata (la serva: con parola spagnola e spagnolescamente) a comprare granellini di agnellone, dal balcone le gridò la raccomandazione:’nun ti li fari dari di pecura’” (Kermesse, Palermo, Sellerio, 1982, p. 18).
Il significato calabrese integra la comprensione della voce sciasciana perché anche in Calabria si dice, con un po’ di perfidia, caddòzzulu di un bambino che vuole apparire grande o di un grande che, nonostante la coltivata apparenza, in realtà non ha mai cessato di essere bambino; costui non viene perciò disprezzato con l’offesa che ricorre in tutte le lingue (merda appunto) ma soltanto benevolmente irriso con l’epiteto in questione che serve a sottolineare la sua simpatia ed anche la sua dabbenaggine.