IL RACCONTO. Reggio da bere

IL RACCONTO. Reggio da bere
sabato    Il sabato sera dei reggini, la città sembra in festa, dai locali la musica giunge alla strada ovattata ma suadente, i corpi di bellezze mozzafiato attillati in tubini neri che calzano trampoli aggressivi e sensuali percorrono ondeggianti le vie del centro, lo sguardo sugli schermi luminosi e il profumo che è una scia di feromoni, i ragazzi in camicie slim e i pettorali gonfi e i bicipiti esagerati e i pantaloni a vita bassa e gli ormoni impazziti rincorrono le prospettive del piacere. Il gusto esemplare della vita moderna. Il gusto metallico del nuovo millennio. L’elettricità di carne e sangue del nichilismo contemporaneo. E poi lui, il ragazzo con il futuro in tasca.

Si chiama Carlo ma lo chiamano Chopper ed è il ventottenne post-duemila. La laurea me la posso appendere al collo, sostiene in auto mentre parcheggia con i tre compagni d’avventura. Chiacchierano a ruota libera. Ogni sera è un’avventura, per chi vuole. Voglio il mondo e lo voglio subito, ed altre citazioni novecentesche.

Chopper è un residuo. Non è carne, e non è pesce. Non sgomita, ma non ci sta a restare dietro. Non vuole compromessi e non ha paura del futuro. Ci ha provato a guardarsi attorno, in città. L’indipendenza economica, la solidità sociale, dare certezze alla sua vita gli ripete il babbo come un disco rotto. Lo sapeva, il genitore, che quella laurea se la sarebbe appesa al collo. Migliaia e migliaia di laureati che scavano trincee di noia e fallimento. Era meglio fare l’avvocato. Il Sud è l’Eden degli avvocati. Terra litigiosa e teste calde a volontà. Pane quotidiano delle aule dei tribunali. Chopper invece ha scelto la via del futuro, l’informatica. Entra nei corpi dei computer come un chirurgo. Software o hardware, non importa. Con queste competenze troverò presto da fare, pensava. Intanto ripara PC porta a porta. Amici e conoscenti, venti euro ad intervento.

Questa condizione di laureato a Reggio è un parcheggio permanente. Chopper sente dentro il motore di una Ferrari invece si scopre utilitaria bloccata nell’immenso piazzale di sosta obbligatoria. Dovrebbe fare i bagagli e andarsene. Ma dove? E, soprattutto, con quali soldi? I suoi hanno finito la benzina. Babbo operaio e madre casalinga. Hanno già fatto tanto. Hanno dato tutto.

Dovrebbe trovare il coraggio. Andarsene, a costo di far la fame. Gli amici ridono. Già ti vedo barbone nelle stazioni a raccattare gli spiccioli, gli dice Pietro, quello al volante, che è il più fortunato di loro. Lavora. In nero, ma alla luce del sole. Con i suoi seicento euro al mese riesce persino a pagare la rata dell’auto e farsi il week-end come si deve.

I quattro entrano nel primo locale. Se ne vanno i primi dieci euro. Carlo-Chopper ha tirato un centino, tra zie, nonni e genitori. Vede Debora che lo saluta alzando la birra. La aggancia. Brindano al sabato sera e alla vita. Forse si coricheranno insieme. L’ultima volta erano troppo sbronzi.

Debora e le amiche hanno già un programma. Andranno ad ascoltare quel gruppo di cui si dice un gran bene, e poi a ballare; dai, dice la bella, venite anche voi, se prendiamo un tavolo tutti insieme ci fanno lo sconto. Escono dal locale. Le ragazze hanno l’auto. Avete da fumare? Certo, risponde Pietro. Girano un paio di canne e si mettono in linea. Chopper ha lo sballo facile ed emotivo.

Deve decidere. I suoi gli hanno trovato una possibilità. Un lavoro. Posto fisso, quasi statale. L’amicizia con quel tale è stata preziosa. Quel politico è una persona onesta. Ha promesso, e mantiene. Lo hanno votato in massa, nella sua famiglia. Adesso ci sono queste assunzioni in arrivo e l’onorevole si è ricordato.

Carlo non ha risposto. Ha detto “poi vediamo” e sua mamma si è disperata. Il lavoro promesso non ha nulla a che vedere con i suoi studi e le sue ambizioni, ma alla fine di ogni mese lo stipendio è assicurato. Te lo avevo detto che con quella laurea non saresti andato da nessuna parte, ripete il disco rotto. E poi, urla sua madre, quando avrai la sicurezza potrai dedicarti alle tue cose.

Bugia, pensa Chopper. Lo sa, il ragazzo. Una volta che cominci a lavorare, cedi tutto il tuo tempo. La tua forza, la tua anima. Cedi, svendi. Meglio non pensarci. Passatemi la canna, stronzi.

Eppure ha fatto tutti i suoi giri. Il prof che lo ha sostenuto durante la tesi è sparito. Gli aveva promesso mari e monti, ma forse è troppo preso dai suoi problemi. Le aziende reggine, poi. Ma quale aziende? Sembrano tutti morti di fame. Il massimo che gli hanno proposto è lo stage. Un anno di lavoro gratuito, in pratica. E poi si vedrà.

La banda entra nel locale dove si esibiscono i musicisti. Dopo due ore nella sala l’allegria alcolica (e non solo) è al massimo; lo sballo è di tutti, giovani, maturi ed anziani. Cinquantenni adolescenti che fanno le rockstar perdute col naso colante. Ventenni col ghigno degli ottuagenari. La sensualità profuma di aliti da Vecchia Romagna o da Ceres. Per non farsi mancare niente al loro tavolo hanno bevuto il cocktail che ha inventato Pietro. Birra alla spina corretta con lo Jagermaister.

Fanculo al lavoro. Il coraggio della mente alterata è sempre eccessivo. Debora incontra altri amici e poco dopo propone una colletta. La notte è lunga e dobbiamo tenerci in forma. Venti euro a testa per la pasticca anfetaminica. Forza non fate gli stronzi. Cacciate i soldi. La musica va finendo, la ragazza esce e torna dopo poco. Mandano giù.

Sono quasi le due quando entrano nel ballo. I bassi della musica si collegano direttamente al sistema nervoso. Ballano a scatti come marionette. Ballano e mimano atti sessuali. Tutto attorno è un groviglio di corpi. Il re della notte è lui, il DJ, col marcato accento calabrese, che al microfono incita al divertimento. I ragazzi si muovono come robot. La forza è raddoppiata. Le luci sono liquidi colorati. I suoni smembrati gli arrivano direttamente al cervello. Chopper si sente bene. Non si è mai sentito meglio. Il lavoro può attendere. Lunedi è distante. Anche domani è distante. Il futuro non esiste. Esiste solo questo presente di estasi. Prenderlo adesso, o mai più. Voglio il mondo, e lo voglio subito, anche se abito in questo sputo di città.

Il DJ incita. Chi se ne fotte, urla. Questo è il divertimento ragazzi. Prendiamoci il potere. Ballando. Carlo ride, e Debora lo bacia al volo sulla bocca. Ha le pupille che sono un buco nero ed è sudata come un’anguilla.

Carlo ha una gamba intorpidita e le spalle congestionate. In bocca ha un gusto indefinito. Gli sembra di avere leccato una rotaia ferroviaria. Salta come tutti gli altri quando il re del locale lancia i suoi strali fumosi contro il cielo nero. Questa città è la nostra, ed è uno schianto, sostiene ruffiano. Il padrone del locale gongola. Guai a pensare ai suoi contatti con le ‘Ndrine. Guai a parlarne.

Il DJ intellettuale prosegue. Questa è la nostra Reggio. La Reggio da amare, ad ogni costo, contro tutto e tutti. La Reggio che tutti criticano, ed invece poi vi offre serate indimenticabili, come questa. La nostra Reggio. La Reggio da bere.