IL NOME e LA STORIA. Camurra, Camurrìa

IL NOME e LA STORIA. Camurra, Camurrìa
camorra Camurra,  nome della nota organizzazione delinquenziale diffusa in Campania e ‘sorella’ delle altre che proliferano di qua e di là dello stretto.

Ma in Calabria, nel gergo dei codici ndranghetistici sequestrati agli affiliati, indicava semplicemente ‘u pizzu’ o  ‘a mazzetta’, cioè i soldi estorti agli imprenditori o ai commercianti che svolgevano attività ricadenti nel territorio di competenza di una cosca.

Soldi che andavano affidati al ‘contabile’ che li doveva dividere tra gli aventi diritto in rigidissime parti uguali: ‘centesimo per centesimo fino all’ultimo millesimo’. Questo nelle ‘Costituzioni’ ma poi, nella realtà, la divisione non era agevole.

Molti dei morti e delle faide che hanno insanguinato la Calabria nella seconda metà del Novecento si sono originate da discordanze algoritmiche su quelle divisioni infinitesimali.

Abbiamo motivo di credere che la diffusione su tutto il territorio nazionale dei test INVALSI ad opera del presente esecutivo porterà al miglioramento delle capacità di calcolo delle nuove leve dell’albero ndranghetistico, con conseguente ‘riduzione del danno’ millesimale.

Ma chi erano coloro che partecipavano di diritto a quella sacra e misurata spartizione della ‘camurra’? Naturalmente i ‘camurristi’, cioè coloro che facevano parte del ‘circolo’  della ‘maggiore’ che corrispondeva alla ‘prima squadra’ della cosca.

Gli altri affiliati, segnatamente quelli più giovani che calcisticamente potremmo definire la ‘primavera’ e che si riunivano nella ‘minore’, non potendo fregiarsi del titolo di ‘camurristi’, dovevano attendere di essere cooptati per rivendicare la propria quota di ‘camurra’!

Scenari superati, oggidì, da ‘Sante’ e gradi neomassonici secondo quanto rivelato da quei campioni ‘trasformisti’ che vanno sotto il nome di ‘pentiti’, così cari al legislatore e alla magistratura e così inclini a rivelare conferme alle ipotesi degli investigatori.

(Ah, sublime Newton che osasti il tuo urlo epistemico: ‘Hypotheses non fingo!’. Qui i cartesiani, con l’aiutino dei pentiti, ce li ritroveremo prima o poi ministri della giustizia!).

Dunque ‘camurrista’ era generico per ‘partecipante della maggiore’ che, poi, si articolava in figure e funzioni specifiche: contabile, puntaiolo, saggiu mastru, picciottu di iornata e di sgarru, ove ‘sgarru’ era l’attività materiale dell’ ‘esazione’ (verbo sìgiri, si sigìu la mazzetta, si fece consegnare la mazzetta).

Da camurra deriva camurrìa, situazione insostenibile, fastidiosa e reiterata che prima o poi deve essere interrotta, sia essa di tipo logorroico esistenziale ( a chiacchiera d’i chiachièlla, gli sproloqui dei chiacchieroni) o anche politica (equivalente all’italiano manfrina, fronda verso un’amministrazione comunale) oltre che, ovviamente, estortiva. Rohlfs sostiene come primo significato anche ‘blenorraggia e gonorrea’, anch’esse cose fastidiose da trattare con antibiotici.

Ma ‘camurrista’ è aggettivo usato anche benevolmente nei confronti di bambini ( ndavi l’occhiu camorrista, comu a so’ nonnu!) mentre il sostantivo si declina anche nell’accrescitivo camurristuni, grande camorrista, e nel diminutivo camurristeddhu, camorrista di poco conto.   

Ma da dove deriva la parola?

Migliorini (Prontuario etimologico, sub voce, Torino, 1959) propone ‘forse dal prefisso ca- e mmorra, frotta’ mentre Devoto (Dizionario etimologico, sub voce, Firenze 1968) precisa <<dal tema mediterraneo *morra per  gregge … rinforzato da ca- >>. Il DELI (Torino, 1980, sub voce) ipotizza una derivazione dallo spagnolo ‘camorra’, lite, alterco.

Una ricostruzione suggestiva e molto particolareggiata la fornisce Mario Alinei, uno dei più grandi studiosi di linguistica e professore merito dell’università Utrecht, nel saggio “Origini pastorali e italiche della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta: un esperimento di Archeologia etimologica” apparso sui “Quaderni di  Semantica” (anno XXVIII, n. 2 dic. 2007, pp. 247-286); è un lavoro che tutti quelli si occupano per professione di associazioni criminali dovrebbero leggere ma che pochissimi conoscono: ad esempio non viene nemmeno citato da ‘Malelingue, vecchi e nuovi codici delle mafie” (Cosenza, 2014) di cui sono autori, oltre a un giornalista e un magistrato di quelli ‘pesanti’, ben due cattedratici di linguistica.

Il punto di partenza di Alinei è ‘mora’ che il DELI, sub voce, qualifica come ‘Mucchio, ammasso, cumulo di sassi o di altri oggetti e materiali …”; il secondo passo  consiste nella identificazione di un’area appenninica, dall’Abruzzo alla Calabria, nella quale è diffuso il sostantivo ‘morra’ o ‘murra’ per identificare gli ‘insiemi’ di bestiame minuto, la ‘frotta’ di Migliorini e il ‘gregge’ di Devoto.

Secondo Alinei in questa area si generò una resistenza delle aree pastorali e italiche all’invadenza romana e alle società basata sullo scambio che perdura ancora oggi e che ha assunto la veste delle associazioni criminali oggi note come camorra, mafia e ‘ndrangheta.

Aggiungiamo noi che nell’area appenninica  diversi toponimi  hanno la stessa origine: Morro Reatino, Morra frazione di Città di Castello, Torrente Murra, Morre frazione del Comune di Baschi, Morra Irpina.

Ma qual è il passaggio da ‘mora’, mucchio di pietre, alla ‘morra’ o ‘murra’ di bestiame: per Alinei occorre fare riferimento a quando le greggi di pecore, nel periodo estivo e nel centro della calura, si raccolgono immobili sotto gli alberi o sotto altra ombra che li difenda dalla canicola e nascondono la testa sotto il corpo delle vicine; onde, a chi guarda da lontano, appaiono solo i corpi bianchi ammucchiati che danno la stessa impressione di un mucchio di pietre.  

Quindi da Morra> Murra> Gregge di pecore che costituiva la principale ricchezza delle società pastorali si è giunti al rafforzamento linguistico ca(ta)morra come in siciliano il catanonnu è un nonno rinforzato, cioè un bisnonno, e come catalettu in Calabria è il letto di morte, cioè il letto fondamentale, il letto ultimo:

Ca(ta)morra avrebbe quindi il senso di ‘madre di tutte le greggi’  o l’intera azienda armentizia e, in senso ‘politico’, sarebbe quindi l’equivalente concreto del ‘cosa nostra’ siciliana” (Alinei, p. 269).