Era il mese di ottobre del 1951. Esattamente 65 anni fa quando in questa parte della Calabria le cateratte dei cielo si aprirono ed in pochi giorni cadde più acqua che in un intero anno piovoso. Il momento più drammatico fu la notte del 16 ottobre quando la pioggia venne giù a cascata.L’Aspromonte e le Serre assorbirono la pioggia per il primo giorno, poi i torrenti ed i valloni divennero gonfi e torbidi, gli argini furono sfondati ed i campi invasi. La furia delle acque trascinò verso il mare tutto ciò che ha incontrato nel suo corso: uomini, bestie, alberi, mulini, case, intere frazioni.
Interi paesi furono semidistrutti. Quanti furono i morti? Non abbiamo dati ufficiali anche perché molti cadaveri, soprattutto nelle frazioni dei piccoli paesi, furono sepolti prima dell’arrivo dei soccorsi. Comunque furono molti!
In quell’epoca io ero un bambino e tuttavia alcune immagini si sono stampate nelle mente, soprattutto il volto di mia madre preoccupata perché l’acqua incominciava a penetrare dalle tegole smosse dal vento.
Come ho detto ci sono stati tanti morti ma come spesso accade, ho avuto la chiara percezione della tragedia molti anni più tardi quando incontrai, quasi per caso, una donna vecchia anzitempo ed ammalata: Maria Rosa. Il suo villaggio era adagiato sulla crosta della montagna e le case erano di pietra e argilla. La notte del 16 la montagna incominciò a sciogliersi come fosse cera accanto alla fiamma.
Nella casupola in cui abitava insieme al marito e ad una bambina di appena tre anni, le pareti iniziarono a scricchiolare. La pioggia incominciò a entrare da più punti e le travi sembravano piangere man mano che fuoruscivano dalle pareti. La bambina in quella casa piena d’acque e di freddo aveva preso la febbre, Maria Rosa l’avvolse in un pesante scialle di lana ed il marito accese un lume a petrolio. Uscirono fuori dirigendosi verso la casa del fratello di lei a solo una decine di metri di distanza. Avevano fatto solo pochi passi sotto i fulmini che squarciavano il cielo quando ai loro occhi si presentò una scena apocalittica. Era il diluvio! Quasi tutte le casupole stavano cedendo mentre nei punti scoscesi la crosta della montagna scivolava lentamente verso il fiume sottostante. La gente vagava con gli occhi sbarrati ed in preda al terrore ed alla disperazione. Molti alberi si piegavano fino a cadere a terra rotolando verso il fiume.
La gente del villaggio si raggruppò intorno ad un vecchio mulino che sembrava reggere alla forza devastatrice delle acque. Illusione che durò meno di un’ora poi anche il mulino iniziò a mostrare le sue crepe. Lì non si poteva più restare! La gente doveva scegliere se dirigersi verso valle rischiando di finire nel torrente, oppure dirigersi verso la sommità della montagna dove c’era un piccolo paese, arroccato su un masso rupestre. Decisero di risalire la montagna perché la strada sembrava più sicura.
La pioggia continuava a cadere con sempre maggiore intensità e Maria Rosa di tanto in tanto toccava la sua bambina sempre più calda avvolta nello scialle zuppo di acqua. Camminarono per ore nel fango e sotto la pioggia battente, poi finalmente le prime luci del paese. Maria Rosa stringeva al petto la sua bambina, la chiamava, la toccava, la sentiva respirare sempre più forte. Poi più niente! Infilò la mano sotto lo scialle, la toccò e la sentì fredda. La bambina era morta! Lei non voleva crederci, gridava che la sua bambina si sarebbe ripresa accanto al fuoco.
Finalmente arrivarono in paese e trovarono rifugio in una “scuola” aperta per accogliere gli sfollati. Un vecchio medico condotto constatò la morte della bambina. I carabinieri accompagnarono la donna in una chiesetta adiacente al cimitero per deporre su un sacco di ginestra vicino all’altare il corpicino senza vita. La riportarono nella “scuola” dove il marito vagava inebetito, la sua testa non pensava più, i suoi occhi erano assenti, la bocca semiaperta. Una espressione che non l’avrebbe mai più abbandonato. Lei non riusciva a trovare pace. Per tre volte, in piena notte, si avviò verso la Chiesa del cimitero sotto l’acqua battente senza riuscire a raggiungerla. I capelli sciolti, gli occhi gonfi, i vestiti fradici d’acqua attaccati al corpo. Un fuoco ardente nel cervello, l’angoscia nera come la notte nel suo cuore. Infine, aiutata dai fulmini riuscì a penetrare nella Chiesetta. Era sola nella notte, sola nel mondo, sola nella sua disperazione.
La mattina dopo la trovarono mentre teneva stretta al petto qual corpicino senza vita. Le mani pietose di alcuni abitanti del posto diedero sepoltura alla bambina ed in quello stesso momento anche la giovane vita di Maria Rosa precipitò nella fossa.
Per anni la donna ha raccontato a tutti coloro che avevano voglia di ascoltare la sua triste storia, forse era il solo modo che aveva per mantenere un qualche legame con la sua bambina.
La raccontò anche a me che mi ero andato nella sua casa di campagna per parlare del “verbo” comunista. La trovai quasi immobile. Dopo la tragedia nessuno si curò di lei, così si costruirono una nuova casetta più a valle dove il terreno era sicuro. Viveva insieme la marito che, durante la mia visita, è rimasto sempre muto ad ascoltare il racconto della moglie, e ad una sorella quasi cieca. Ovviamente non parlai di politica ma ritornai spesso a trovarla.
Rintracciai perfino la Chiesetta accanto al cimitero, ormai abbandonata. Vidi l’Altare e una parte della parete cadente dove c’era ancora appesa una stampa della Madonna in una vecchia e sconnessa cornice con sotto una scritta “Ecce Ancilla Domini”. E Lei è stata ancella anonima di questo mondo per tutta la vita.
Dopo la tragedia Maria Rosa non ebbe altri figli. Per alcuni anni lavorò con una “ditta” impegnata nei cantieri di bonifica in alta montagna. Tanto Lei quanto la sorella avevano la testa a gobbe e crateri per quanti carichi di pietre sono state costrette a trasportare per costruire briglie ed argini. Così viveva e moriva tanta parte della nostra gente..
Ho raccontato il dramma di Maria Rosa perché anche gli ultimi hanno una loro storia anche se non riportata nei “libri”. L’ho raccontata soprattutto perché l’alluvione del 1951 avvenne dopo la sconfitta dei contadini nella lotta di occupazione delle terre e segnò l’inizio di uno sconvolgimento territoriale, economico, antropologico e sociale i cui segni sono ancora evidenti.
Una classe dirigente miope non riuscì a dare alcuna seria risposta all’immane tragedia del 1951. Molti abitati furono trasferiti al mare, rubando l’anima ai centri storici e creando degli aggregati di case anonime in Marina. Molti si trasferirono nelle “città” aumentando i ceti parassitari o comunque improduttivi.
Bisognava investire in montagna, agevolare ed incentivare la permanenza della gente nei luoghi in cui abitavano da secoli ed invece si scelse la via dell’abbandono del territorio. Avremmo avuto bisogno di un piano regionale di sviluppo invece il capo del governo, che pure ebbe tanti meriti nella politica di ricostruzione dell’Italia, durante la visita nei luoghi colpiti dell’alluvione, pronunciò la famosa frase “imparate le lingue ed andate all’estero”. Lo ha detto dinanzi alle nostre classi dirigenti supine, silenti e complici, eternamente subalterne.
Una storia che ancora continua…