LA PAROLA e LA STORIA. Cona. Si mangiàru puru a cona i Santu Lazaru. Ngunàgghia

LA PAROLA e LA STORIA. Cona. Si mangiàru puru a cona i Santu Lazaru. Ngunàgghia
SanLazarro cona da greco eikónion-ou, immaginetta di santi, soprattutto orientali; del lemma classico fanno parte eicàzo, raffiguro, eicasìa, supposizione o congettura che in Platone era la forma più bassa di conoscenza sensibile ed aveva per oggetto ombre ed immagini delle cose sensibili.

In Calabria meridionale era famosa era la cona di Santu Lazzaru che Franco Mosino (Storia del villaggio greco di Gallicianò, Bova Superiore, 2002, p. 173) considera un relitto linguistico bizantino collegato alla voracità che sconfinava quasi nella bulimia; il mangione dopo aver ingoiato ogni cosa commestibile arrivava alla profanazione di ingoiare anche l’immagine di San Lazzaro.

Secondo Mosino, che rinvia alla sua Storia linguistica di Calabria (vol. 1, Cosenza, 1987) che conterrebbe la citazione in proposito di M.L. Arnott, ‘…in Grecia , la vigilia della domenica delle Palme, il cosiddetto sabbato tou Lazàru, i bambini vanno in giro tenendo in mano delle figurine di pasta rappresentanti Lazzaro (…) Anche in Sardegna esiste un pane cerimoniale rappresentante una figura umana, al quale si dà il nome di Lazzaru. Ci pare evidente che a Reggio dovette avvenire qualcosa di simile, e che anche qui la cona di Santu Lazzaru, fatta di pane o di altra pasta dolce era oggetto di antica venerazione … Perdutosi il pane rituale, se ne è conservata la memoria nel proverbio reggino”.

A parte che ‘si mangiau puru a cona di santu Lazzaru’ non è un proverbio nel senso tecnico del termine, rimane il fatto che in Sardegna, ove c’è una antica tradizione di panificazione rituale indagata da Alberto Maria Cirese (Arte plastica effimera: i pani sardi, in Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine, Torino, Einaudi, 1977) e Francesca Ortali, (Sculture di pane, segni di storie ancestrali, in Il Manifesto, 21 luglio 2002), il pane di Lazzaro non ha lasciato tracce lessicali (almeno non nel DES di Wagner) mentre è sopravvissuto kòna: un foglio di carta rettangolare, sul quale sta dipinta una immagine sacra contornata da una cornice o fregio qualsiasi anch’esso dipinto, il tutto a vivi colori, DES sub voce.

Quindi, quanto meno, l’ipotesi di Mosino va integrata nel senso che la cona di santu Lazzaru non era esclusiva delle forme di pane rituale; e infatti  oltre all’espressione Si mangiàru puru a cona i Santu Lazaru  esisteva in Calabria anche “Si fùmaru puru a cona i Santu Lazaru”, detta di fumatori accaniti che, in mancanza di niente di meglio, sarebbero pronti ad utilizzare l’immaginetta di carta di San Lazzaro come cartina gommata per rollare il tabacco.

E il foglietto dell’immagine sacra rettangolare ci ricorda infatti che nelle campagne di una volta, quando ancora non erano in uso le sigarette, si poteva restare senza tabacco, ed era un dramma se qualcuno non te lo prestava, oppure senza cartine gommate: in quest’ultimo caso si utilizzavano delle carte alternative ed anche, in extremis, la cona di Santu Lazzaru appunto.

Oltre a cona, il dialetto calabro usa ncogna e ngona, nicchia nel muro per metterci le cone, cioè le immagini sacre, ma anche canto riparato di una casa, anche nel dim. ngoniceddha, angolino, analogo al greco agxòn-xonos, curvatura del braccio, angolo di un muro, nonché collegato ad agxulos-e-on, ricurvo,che in greco classico da luogo a un ricco lemmario, tra cui l’omerico agxulometis, dalla mente acuta, attribuito alla furbizia di Ulisse.

E, a proposito di angoli, non possiamo non citare la ngunàgghia, l’angolo più erotico della lingua calabra che si trova all’incrocio dell’anca con il basso pube, analogo al latino inguen-inis, per il Georghes-Calonghi ‘parte anteriore del corpo ai lati del pube’, usato metonimicamente da Orazio e Ovidio per ‘genitali’.         
E alla generazione sono legati una serie di parole greche che hanno la stessa radice di ngunàgghia  e che sono: goneus-os genitore, plur. oi goneis, i genitori, gli antenati, gonè-gonès, parto, prole, gònimos, vitale, e anche e gònimos emera, giorno di mestruazione.

Analogo lemma troviamo nel greco di Calabria dove troviamo angoni, nipote ex nonno, angonissa nipote femmina ex nonno, angonaci, niputeddhu.   

Invece non ha nulla a che fare con la generazione coni, dal greco akónē, ēs, pietra per affilare di tipo siliceo, cote; di essa erano fatte le mole a forma di cilindro appiattito, attraversate da un asse di ferro terminante a forma di maniglia che serviva per impugnarle e per farle ruotare tenendovi ferma sopra la lama da affilare.
La rotazione avveniva con l’asse appoggiato a delle forche fissate nel terreno; per addolcire la pietra durante l’affilatura si faceva gocciolare l’acqua  sulla mola.
I lavori particolari venivano ricompensati adeguatamente. È rimasto famoso il detto di un arrotino che, sollecitato da un cliente poco generoso nei pagamenti a dirgli se la sua opera sarebbe stata perfetta, avrebbe risposto: Comu mi la paghi ti la mmolo!, ( “Te la affilerò in modo adeguato a come mi pagherai!”).

L’espressione viene ripetuta a quanti vorrebbero pagare male o per niente e, nel contempo, pretendono che gli altri facciano le cose a regola d’arte.