A 60 anni dalla scomparsa, ricordiamo l’importante ruolo che Corrado Alvaro ha avuto nel dibattito cinematografico degli anni ‘30-‘40 con saggi e scritti “sparsi” raccolti nel volume CORRADO ALVARO AL CINEMA ( a cura di Gaetano Briguglio-Giovanni Scarfò, introduzione di Callisto Cosulich), pubblicato in occasione dell’incontro su ALVARO E LO SPETTACOLO (San Luca, 1986).Cinema e letterati
Per quanto gli sforzi intellettuali di Corrado Alvaro siano stati consacrati prevalentemente alla Letteratura, è pur vero che al cinema ha dedicato “quasi una vita”, come riportato nel volume a cura di Gaetano Briguglio e Giovanni Scarfò, Corrado Alvaro, AL CINEMA, (Soveria Mannelli, 1987). Infatti, ancor prima di dare alle stampe Gente in Aspromonte, aveva già scritto uno dei suoi primi saggi su “L’estetica del cinema”(1926) e, qualche anno dopo, la sua prima sceneggiatura “muta”, L’angelo ferito, nel 1927.
Già dai suoi primi anni, il Cinema ha fortemente affascinato famosi letterati italiani, come Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini, che hanno scritto molte sceneggiature e didascalie per svariati film. Gabriele D’Annunzio, a differenza di molti suoi contemporanei, avendo intuito la crisi crescente del Teatro, asserì l’importanza del Cinema che, a suo dire, rappresentava un potente mezzo capace di svelare nuovi orizzonti all’immaginazione umana. “La forza del Cinema”, disse “sta nelle sue stupende frodi, che aprono nuovi spazi al meraviglioso”.
Il dibattito culturale sul Cinema si arricchì di nuovi spunti quando Luigi Pirandello pubblicò il romanzo Serafino Gubbio operatore, (1925), descrivendo la “macchina” cinema come una delle espressioni più significative dell’alienazione umana.
Tutte queste problematiche sono state in seguito riprese con accenti e motivazione diverse da Corrado Alvaro, al quale il cinema interessava soprattutto come fenomeno di costume e società e i film come espressione realistica della vita. Tuttavia, era convinto che il cinema non potesse fare a meno delle Letteratura. Al contrario, Luigi Pirandello asseriva che il Cinema doveva essere scevro da qualsivoglia forma letteraria, lasciando che le immagini e i suoni si esprimessero liberamente da soli. Come riportato dalle cronache dell’epoca, queste opinioni contrastanti furono l’argomento di una interessante conversazione che i due letterati ebbero a Berlino nel 1929.
Arte meccanica
Secondo Alvaro l’avvento del sonoro avrebbe trasformato il cinema italiano in uno strumento efficace di realismo, un mezzo capace di promuovere l’italianità attraverso l’uso nei film della nostra lingua, evitandogli in tal modo di decadere nella convenzionalità dei film hollywoodiani, perché solo in questo modo sarebbe stato in grado di proporre espressioni di autenticità nazionale come le più adatte a divenire universali.
Con l’avvento del sonoro, a Corrado Alvaro, così come a molti altri letterati, fu chiesto di collaborare alla stesura delle sceneggiature, le quali, all’inizio, risultarono essere troppo letterarie e ridondanti, poco adatte all’immediatezza tipica dei dialoghi cinematografici. Nella sua attività di saggista e sceneggiatore, Alvaro non ha mai cessato di interrogarsi sulla natura del linguaggio cinematografico, soprattutto rispetto al rapporto con la letteratura, riconoscendo pertanto all’invenzione di Lumière la stessa importanza che ebbe quella di Gutenberg con la stampa. Con la differenza che il cinema rischiava di provocare una mutazione antropologica “indipendentemente dalle sue conquiste artistiche”. Si comprende, in tal modo, l’ “obiettivo” di Alvaro: inquadrare ed indagare i motivi di interesse degli spettatori per un’ “arte meccanica” capace di far muovere <<la realtà in un continuo gioco di illusioni e di false apparenze>>. Pochi scrittori infatti hanno saputo cogliere come lui le trasformazioni sociali che stavano avvenendo nel mondo, a dispetto della scarsa qualità dei film. Ciononostante, rimase un accanito sostenitore del Teatro e della Letteratura, come le uniche due forme artistiche capaci di rappresentare i valori reali della cultura umana.
Uno spettatore d’eccezione
A proposito di Alvaro, il regista Luigi Chiarini scrisse:” E’ uno spettatore d’eccezione, ma non ha capito che il valore letterario della sceneggiatura è irrilevante, rispetto alla libera immaginazione del regista”.
Di fatto, Alvaro credeva nella possibilità che il cinema potesse diventare un’arte popolare, nel momento in cui fosse stato capace di fondere la poesia dei testi letterari e quella della pittura, per diventare un fatto poetico e umano, suscitando reazioni morali e spirito critico negli spettatori. E per suffragare la sua tesi portava ad esempio due film a lui molto cari, Due soldi di speranzadi Renato Castellani e Bellissima di Luchino Visconti. Per il primo scrisse infatti: “Se molti capiranno la forza di questa spontanea rappresentazione, in cui tutti diventano attori di se stessi, se gli spettatori stranieri riusciranno a penetrarla, capiranno delle cose d’Italia assai più che in molta storia del film neorealista”.
Alvaro infatti credeva fosse un errore considerare il Neorealismo come la più importante espressione del cinema italiano, dal momento che i registi neorealisti tendevano a forzare la realtà con sconfinamenti di tipo “ideologico”, tendendo ad intrappolare i personaggi nella vicenda raccontata a tal punto che le loro azioni diventavano realisticamente ingiustificabili e artificiali.
E’ proprio il caso di “Umberto D” di Vittorio De Sica, considerato film “artificioso e mistificatorio” da Alvaro che, per lo stesso motivo, criticò il film Roma ore 11 di Giuseppe De Santis, realizzato nel 54, dopo il grandissimo successo di Riso Amaro del 49, per il quale Alvaro aveva scritto il canto delle mondine.
In quegli stessi anni Alvaro, che non aveva mai dimenticato la sua regione d’origine, collaborò con lo stesso De Santis alla sceneggiatura del film, mai realizzato, Noi che facciamo crescere il grano, sulla strenua lotta dei contadini calabresi di Melissa per la conquista della terra al grido di “pane e lavoro”.
Sempre nel 1949, dopo vent’anni dalla pubblicazione del suo capolavoro, Gente d’Aspromonte, lo scrittore tornò nel nativo paese di San Luca con il regista Luigi Chiarini per la realizzazione del film Patto col diavolo, soggetto e sceneggiatura dello stesso Alvaro: una storia di famiglie rivali e l’amore osteggiato di Maria e Andrea.
Il film non ha avuto molta fortuna, ma è un capolavoro di spontaneità, sottolinea Alvaro, perché <<il mio paese è cinema a sua stessa insaputa. Ora che li ho visti, i miei compaesani, davanti alla macchina da presa, mi sono accorto che sempre, quando si muovono, quando si fermano, quando si raccolgono in gruppi o dai gruppi si separano, fanno 'inquadratura', anche se non sanno cosa essa sia. Tutto questo non è artificio loro né visione artificiosa in me che lo noto, ma deriva dalla naturale armonia di movimento e di atteggiamento di questa gente che ha alle spalle i greci antichi e gli arabi, cioè dei popoli armoniosi e ben proporzionati in ogni esteriore manifestazione di vita secondo una consimile proporzione morale che li regge>>.
<<Gli scritti di Alvaro hanno contribuito a lanciare una sguardo socio-antropologico di lunga gittata- ha scritto G. Piero Brunetta - dal momento che la sua opera è strettamente connessa con gli eventi e la società contemporanea>>
Leggerli significa dunque cogliere tutto Alvaro: ansie, sofferenze, speranze di uno scrittore che ha vissuto il suo tempo con consapevolezza e angoscia, ma anche con grande capacità d’indignarsi, di sorridere, di lasciarsi coinvolgere da tutto ciò che l’ingegno umano è stato capace di produrre anche con la macchina da presa.
*Direttore della Cineteca della Calabria