C’era questo stradone lungo con gli alberi e le palazzine a tre piani che alla fine sfociava al “campo sportivo” e tutto attorno case, casupole e palazzi dei due quartieri limitrofi: il “Rione Ferrovieri” e il “Rione Pescatori”. A tenerli insieme ci pensava la Chiesa del Cuore di Gesù, in posizione esattamente centrale, terra di confine e di unione allo stesso tempo.La più grande differenza con l’oggi è il numero di bambini in giro. Mentre allora, parlo degli anni ’70, vi erano nugoli, disseminati in tutte le zone e tutti intenti a giocare, urlare, ridere, costruire cose, addestrare cani, sfidarsi con le biciclette, a corsa, a salti, a pallone otto contro otto in porta si fa un gol per uno, a cross, a figurine, a ciappe, a nascondino, a uno monta (due il bue tre la figlia del re quattro e tocco terra cinque botta e culata), a esce papà Girolamo con un piede solo e così via, oggi i bimbi vagano solitari, spesso appesantiti da cartelle grosse come scafandri, strettamente sorvegliati da genitori o nonni o zii che vanno persino a prenderli a scuole fino alle superiori, e con lo sguardo fisso su uno schermo (sempre).
Quei due rioni, con il mare ad un passo, collegati alla città dal Ponte Calopinace, si svilupparono tumultuosamente negli anni ’70. Il boom edilizio trasformò radicalmente la città. Tutta la zona del Viale Calabria era in effetti formata da giardini, gran parte coltivati ad orto. Facevi trecento metri e ti ritrovavi in campagna. Si tornava a casa neri di terra. Si costruivano rifugi tra le frasche, sugli alberi. Nelle baracche abbandonate. Degli amici scavarono un piccolo sotterraneo.
C’era questo senso di avventura, spesso dettata da quei pochi spunti televisivi dell’epoca. C’erano archi e frecce per sentirsi come la Freccia Nera, spade e maschere per Zorro, scimitarre di legno per Sandokan, lanciatappi come fucile dei western e palloncini d’acqua come bombe a mano dei marines. Le macchine da corsa migliori erano quelle con i cuscinetti a sfera come ruote. Le bici (biciclettine modello Graziella, qualcuno con la “bici da cross” invidiato da tutti) erano tutte personalizzate con qualcosa. Cartoncini per il rumore, mollette, due cari amici - gli inventori – furono i primi a girare con un walkie-talkie installato sul manubrio, e c’era chi fissava la radio con il nastro adesivo (modello è tornato d’attualità).
Alcune personalità del quartiere erano spiccate. I “nerd” dell’epoca erano tutti iscritti della Scuola Radio Elettra. Sapevano riparare televisioni e costruire radio, lavoravano con saldatori e transistor, diodi e valvole. I loro laboratori avevano qualcosa di alchemico. L’odore dello stagno fuso e i percorsi labirintici degli schemi elettrici.
Un paio di antesignani nerd del rione modificarono l’antifurto della loro auto, sostituendo al suono della sirena una voce che urlava “Aiuto! Mi stanno rubando! (era una voce nasale che faceva morire dal ridere). Il richiamo aumentava di volume sin quando non veniva spento. Per qualche tempo quella povera auto fu lo spasso del rione. Tutti volevano ascoltarla all’opera. Bastava toccarla, e lei partiva.
La varietà dei giochi, per bambini e per ragazzi, era infinita. E comunque i giochi s’inventavano di sana pianta. Però di fronte ad un pallone scompariva tutto. Spesso si faceva la colletta e si comprava da Pippo, un piccolissimo emporio prima del Ponte Calopinace che vendeva di tutto, carrubbe, soldatini sfusi, tamburelli, liquirizia. Il problema era su chi poi lo custodisse. Avere un pallone proprio allora significava Potere. Tu non giochi, tu giochi in porta. Il pallone è il mio.
Si litigava spesso. Sempre due schiaffi e dieci abbracci però. Fanfaronate, ma anche qualche ammaccatura. Beccarsi una pietrata in testa era una specie di battesimo della strada. Ma niente da riportare a casa. Bullismi e angherie erano casi rari. C’era equilibrio. C’era piacere nel ritrovarsi in tanti.
Le bambine erano campionesse di Campanaro. Disegnate per terra con l’arancione delle schegge di mattoni le caselle con i numeri e sopra le fanciulle che facevano prove di grazia. Saltare su un piede solo, raccogliere la pietra-testimone sempre in equilibrio su un piede, ripetere le formulette, tornare alla base. Oppure giocavano cantando delle strane canzoncine e battendo le mani tra loro. Cose strane tipo “more more more pesche e pere tu mi fai impazzir.”
I giochi misti erano ad Acchiappare, Un-due-tre stella ma soprattutto il preferito, unico, inimitabile Nascondino. Il gioco del Nascondino simbolizza la nascita dell’erotismo.
Io guardo la gioventù attuale e la vedo distratta, assente e solitaria. Danno più importanza ai giochi in corso nei loro apparati tecnologici (che hanno sempre dietro) che a chiacchierare con gli adulti, o a giocare con cani e gatti, o fare il bagno a mare, o mangiare gelati o pasticcini o anche solo fette di pane nero con la nutella. Niente da fare. È come se un pifferaio di Hamelin misterioso abbia rapito le loro menti, portandosele vie. Naturalmente non è così per tutti.
Ma l’altro fatto è che i bambini in giro sono pochi. Anzi pochissimi. C’è paura. In realtà molti sono trattenuti in casa. Non si esce più come prima. Diffidenza, sfiducia. Le strade sono percorse da facce nuove, come non era mai stato. Poi c’è un fatto nuovo e strutturale: di bambini ne nascono pochi e, rispetto a prima, sempre di meno. La società si modifica velocemente, adattandosi ai fenomeni superiori. I bambini occidentali del futuro forse stanno abituandosi a vivere le condizioni future di una distopia. Fuori i poveri, dentro i ricchi, al sicuro.
La gioventù non domina le strade. Oggi giro per il quartiere e non ne vedo più. Rari i bambini, pochi i ragazzi, tutti ingrugniti, raramente sorridenti. Siamo un paese di vecchi. Il presente è sempre l’era più bella, ma adesso mi pare non sia più così.
Spero di sbagliarmi.